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20 marzo 2006

Uno, nessuno e un po’ di tutto

All’inizio dell’Odissea Atena scende dall’Olimpo per incontrare il giovane Telemaco e convincerlo a cercare informazioni su suo padre, da vent’ann

All’inizio dell’Odissea Atena scende dall’Olimpo per incontrare il giovane Telemaco e convincerlo a cercare informazioni su suo padre, da vent’anni assente da Itaca; sotto mentite spoglie Atena gli chiede se davvero lui è il figlio di Ulisse. Telemaco risponde “Ospite, ti parlerò con franchezza. Mia madre dice che sono figlio di Ulisse ma io non so: nessuno riconosce da sé la sua origine”.
Incredibile, Telemaco non sa chi è suo padre! O meglio, lo sa per sentito dire. Incredibile? Non poi così tanto se ci pensiamo bene. Avviene la stessa cosa a tutti noi: quando nasciamo non sappiamo chi siamo. Sono i genitori i primi a svelarci la nostra identità quando ci dicono che sono loro i nostri genitori! Ce lo devono dire perché altrimenti non lo sappiamo. E in seguito lo sappiamo solo perché ce lo hanno detto loro. Siamo molto fragili e dipendenti da piccoli: dipendiamo dalle notizie di noi che gli altri ci danno. Da piccoli, se siamo magri o grassi, alti o bassi, simpatici o mortalmente antipatici, pigri o iperattivi ce lo dicono gli altri. Chi siamo e come siamo se non ci fossero gli altri non lo sapremmo mai. Ma gli altri per fortuna (o per sfortuna?) ce lo dicono, anzi sembrano lì apposta per dirci in continuazione chi siamo. Ci insegnano essenzialmente una cosa: a confrontarci con il prossimo. Facendo continui paragoni con chi ci sta attorno noi veniamo a sapere se siamo grassi o magri. Che meraviglia! Gli altri ci hanno svelato. O no? O non ci hanno piuttosto velati, coperti, nascosti per sempre a noi stessi? Il dubbio aleggia sovrano: gli altri ci svelano o ci velano? Riusciamo davvero a capire chi siamo o attraverso il confronto costante con gli altri diventiamo sempre di più ciò che non siamo? Quando siamo giovanissimi abbiamo bisogno di trovare più identità. Cerchiamo convulsamente parole, persone, luoghi, idee che ci definiscano. Cerchiamo clan, gruppi, tessere: dobbiamo a tutti i costi appartenere a qualcuno e a qualcosa. Ci conforta poter dire: gioco in quella squadra di volley, sono di destra, marxista, anti-Tav, sono cattolico, ateo, valdese, porto ai piedi le Clark o le Puma.
Ogni scelta, dalla più grande alla più insignificante, ci definisce ma anche ci fornisce una tessera: ci de-finisce e ci pre-definisce, intrappolandoci, confondendoci con gli altri, omologandoci. E quindi anche ci finisce: ci limita, nel senso che disegna i nostri contorni (e confini) per sempre, chiudendoci la libertà di pensare ogni volta come se fosse la prima, e di avere opinioni diverse e nuove a seconda degli argomenti. Alla fine, verso i vent’anni, a forza di predefinizioni progressive, noi saremo diventati qualcosa di molto de-finito, prevedibile, scontato e immutabile. E più la vita va avanti, più la nostra definizione-predefinizione crescerà: se siamo di sinistra, ad esempio, non faremo le vacanze alle Maldive ma solo nell’India centrale, non leggeremo Il Foglio ma sempre Il Manifesto o al massimo La Repubblica. Ci sembrerà di scegliere ma faremo in realtà solo scelte preconfezionate, obbediremo a dei cliché, anche nei nostri pensieri: penseremo cose pre-pensate, diremo cose pre-dette. Avremo così il rassicurante sentimento di appartenere a qualcosa di collettivo e la raccapricciante sensazione di aver perso un pezzetto di noi, del nostro essere più vero e nascosto. Credo che esistano due identità: un’identità interiore, quel che siamo intimamente, ed una esteriore, quel che diciamo di essere nel mondo: un insieme di etichette, costituite da immagini, ruoli, appartenenze. Sono entrambe vere, come il nocciolo e la buccia di un frutto; tuttavia il problema è un altro. Le varie etichette ci confondono, ci depistano, ci fanno rumore intorno. La vita ci incrosta. A poco a poco, a furia di etichette e stendardi, formule ed appartenenze, lentamente ci ricopriamo di incrostazioni.
Il desiderio è che arrivi un mare che ti lavi via tutto e ti faccia tornare liscio, nudo, intatto. Come se la vita non ti avesse mai preso.
Da giovani si cerca disperatamente cose che ci diano identità, da adulti si cerca di perdere le tante identità che abbiamo indossato. Credo che si possa perdere l’identità senza bisogno di fuggire, ingannare gli altri o addirittura autoeliminarsi. Spogliarci delle troppe etichette con cui abbiamo addobbato i nostri vestiti, facendoli divise. Farne a meno. Denudarci un po’, tornare leggeri, essenziali. Potremmo scoprire di avere un’identità interiore molto complessa, sfaccettata, variegata.
Denudarci comporta un prezzo elevato: vuol dire rimanere inermi, indifesi, soli. Le etichette ci offrono protezione, riparo, sicurezza, aiuto. Psicologicamente ci fa sentire bene, non isolati, accettati, inclusi. Concretamente ci offre relazioni utili, appoggi, privilegi. NON APPARTENERE invece vuol dire non inclusi mai in nulla; esclusi e quindi soli. Ma se qualcosa di buono e di nuovo può nascere è solo fuori dalle rassicuranti appartenenze; è solo pescando dentro di sé, in un vuoto e in un silenzio assoluti che qualcuno (magari uno solo in un secolo) potrà ancora creare e far avanzare il mondo. Qualunquismo? Presi dalla smania di appartenere, possiamo dunque arrivare nientemeno che ad accantonare quello che siamo? Altro che qualunquismo! Proporrei una forma di “NESSUNISMO”, come la finale e più perfetta conquista dell’uomo che trova la sua vera, interiore identità e diventa finalmente e grandiosamente…nessuno: cioè, quel che è.
Non a caso Ulisse si salvò proprio chiamandosi Nessuno. Se fosse diventato Qualcuno, allora sì che sarebbe stato un deplorevole uomo qualunque!

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