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10 marzo 2006

Urbino: Università e innovazione non serve “copiare” la ricetta americana

Troppo spesso le politiche dell’UE e dell’Italia imitano il modello USA di politica per la ricerca e spingono le Università a cercare forme di auto-soTroppo spesso le politiche dell’UE e dell’Italia imitano il modello USA di politica per la ricerca e spingono le Università a cercare forme di auto-sostentamento finanziario. Si mettono così a rischio le capacità di ricerca esplorativa e la libera diffusione delle conoscenze. E’ meglio invece valutare l’università per qualità e impatto delle attività di ricerca che essa svolge in autonomia. E questa la proposta di Paul A. David, economista e storico della tecnologia dell’Università di Stanford (California) e di Oxford (UK), avanzata in una conferenza tenuta all’Università di Urbino per celebrare i 500 anni dell’Ateneo. L’Università di Urbino si rivela caso di eccellenza nella ricerca in diverse aree disciplinari.

Giovedi’ 9 marzo 2006, alle ore 9, si è tenuta presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” una conferenza su “Università e innovazione in Europa”. Al centro dell’incontro la relazione presentata dal prof. Paul Allan David dell’Università di Stanford e All Souls College, Università di Oxford, che inquadra il dibattito corrente sulle politiche per l’università e sull’economia della conoscenza nel contesto europeo e internazionale. Adottando un approccio storico, David mette in luce l’evoluzione del ruolo dell’università nella generazione e diffusione del sapere scientifico e tecnologico e del suo rapporto con il mondo industriale. Il suo intervento si colloca fra le iniziative per il Cinquecentenario dell’Università di Urbino “Carlo Bo”.

Alla luce della sua analisi storica e dell’esame delle politiche pubbliche riguardanti l’università e lo sviluppo scientifico e tecnologico, David sottolinea l’inadeguatezza dei modelli di intervento in questo campo che stanno prendendo sempre più piede in Europa, i quali si ispirano spesso acriticamente all’esperienza statunitense degli anni ’80 e ’90, a seguito dell’approvazione del Bayh-Dole Act. L’approccio americano, oggi messo in discussione anche in patria, si basa sull’idea di favorire l’auto-sostentamento finanziario delle università spingendole a investire nello sfruttamento economico della propriet intellettuale dei risultati delle loro attività creative. Alla prova dei fatti, secondo David, politiche di questa natura non garantiscono flussi adeguati di risorse alle Università. A sostegno della sua tesi, David riporta che i ricavi della cessione di licenze rappresentano meno di un decimo delle spese in R&S universitaria negli USA e circa un centesimo dei costi sostenuti per l’attivit delle istituzioni di ricerca in quel Paese. Si aggiunga a questo che circa il 45% delle istituzioni americane dotate di uffici per il trasferimento tecnologico non hanno ottenuto alcun ricavo dalle attività di brevettazione e solo pochissimi atenei hanno avuto ricavi superiori ai costi.

David sostiene inoltre che il modello dell”Università imprenditrice”, lungi dall’incentivare la ricerca, finisce per introdurre nel mondo accademico una logica di perseguimento dell’utile economico del tutto estranea alla comunit scientifica. Così facendo si mette a rischio il vantaggio comparato delle istituzioni accademiche europee che risiede nel realizzare attività di ricerca fondamentale ed a carattere esplorativo. Ciò non vuol dire affatto rinunciare a innovare, ma non è utile, secondo David, che l’Università si specializzi nell’appropriazione di risultati economici della ricerca scientifica. Quel che sa fare assai meglio l’università Europea è di porre le basi per successivi fruttuosi investimenti nella ricerca e sviluppo di tipo applicativo. A riprova di ciò David nota che in molti Paesi Europei, nonostante siano pochi i brevetti di proprietà diretta delle istituzioni universitarie, sono assai numerosi i casi in cui l’inventore è un ricercatore universitario, mentre la titolarità del brevetto spetta a un’impresa o ad altra istituzione privata. Nel caso dell’Italia ad esempio fra la fine degli anni ‘70 e la fine degli anni ‘90 i brevetti di proprietà di istituzioni accademiche erano appena 40, mentre erano quasi 1500 i brevetti imputabili a ricercatori universitari italiani.

Nella mattinata si sono avuti anche il saluto del Rettore Prof. Giovanni Bogliolo e un intervento del Preside della Facoltà Prof. Giancarlo Ferrero che illustra la posizione dell’Ateneo urbinate in Italia sul fronte della ricerca scientifica. L’intervento di Ferrero si è basato essenzialmente sui risultati del primo Rapporto prodotto il 26 gennaio del 2006 dal Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR) che ha esaminato oltre 17.000 fra pubblicazioni ed altri prodotti dell’attivit scientifica di 77 atenei e 25 altre strutture di ricerca in Italia. Da questo rapporto emerge che l’Università di Urbino presenta una quota media di prodotti della ricerca considerati eccellenti pari al 35%, contro il 30% della media nazionale. Il distacco è ancora maggiore nei confronti degli altri atenei marchigiani (il 18,2% per Ancona, il 24% per Camerino e 26% per Macerata). L’ateneo presenta inoltre punte di assoluta eccellenza nelle aree delle Scienze chimiche (Area 3), delle Scienze dell’antichità (Area 10), che figurano al primo posto nella classifica delle strutture di ricerca di medie dimensioni. Inoltre occupa posizioni primo piano in alcune altre aree fra cui spiccano le Scienze Economiche e Statistiche (Area 13). In quest’ultima area, considerando le prime10 strutture sia di grandi che di medie dimensioni che hanno ottenuto le valutazioni più elevate dal CIVR, l’ateneo Urbinate figura al terzo posto in Italia per impact factor medio delle pubblicazioni, subito dietro all’Università Bocconi di Milano.

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