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7 aprile 2006

Il futuro dell’Italia

Chissà cosa penseranno i milioni di italiani che, domenica 9 e lunedì 10 aprile 2006, recandosi alle urne per designare il futuro gove
Chissà cosa penseranno i milioni di italiani che, domenica 9 e lunedì 10 aprile 2006, recandosi alle urne per designare il futuro governo della nostra cara Repubblica, si ritroveranno dinanzi ad un grave impedimento: non potranno scegliere, infatti, il candidato preferito da votare alla Camera e al Senato. Questo è il proporzionale, baby! Sarà possibile unicamente barrare con una X una delle innumerevoli liste chiuse (con candidati scelti a discrezione delle segreterie di partito), senza nemmeno rendersi conto dei componenti di queste “benedette” liste. Ormai manca meno di una settimana alla resa dei conti del popolo italiano con un governo che, in cinque anni di legislatura, ha lasciato, nel bene e nel male, un’impronta indelebile. La campagna elettorale, partita già un anno fa in occasione delle elezioni regionali, è stata dura, a tratti ridicola: insulti a destra e a sinistra, poco senso dello Stato (in barba ai sacrosanti richiami all’ordine del Presidente della Repubblica Ciampi), nessun rispetto delle regole (alla ricerca spasmodica di qualche secondo in più di diretta televisiva per fare mera propaganda) e nessun rispetto, men che meno, di quei comuni elettori trascinati anch’essi sul ring delle rivendicazioni ideologiche, prive di contatto con la realtà magmatica del nostro Paese. Basta aver assistito, nelle settimane scorse, alle inchieste di Riccardo Iacona, in onda ogni domenica sera su Raitre, per rendersene conto. “W l’Italia” era il titolo di questi malinconici “viaggi televisivi” in giro per un’Italia ancora in balia del clientelismo, del malaffare e della cattiva amministrazione di miliardi e miliardi di denaro pubblico. Un viaggio per cercare di capire quanto costa, al giorno d’oggi, acquistare una casa nei centri sempre più dispendiosi delle nostre città; quanto la sanità pubblica sia capace di offrire adeguata assistenza ai propri utenti, senza rischiare di morire dissanguati prima dell’arrivo di un’ambulanza; quanto tempo è necessario affinché la giustizia sia rapida nel comminare le sue “giuste” pene; quanto la ricerca scientifica sia considerata un tassello fondamentale per la crescita dell’offerta universitaria a fronte di una domanda sempre più flessibile e qualitativamente competitiva, da parte delle imprese di tutto il mondo. Insomma, in questa campagna elettorale all’ultimo sangue, tinta di folclore anti-politico, è mancata proprio una discussione aperta a tutti i problemi della gente “reale”. Invece, sembra che l’unico interlocutore della classe politica italiana sia stato l’”homo videns”, per dirla alla Sartori, il cittadino “virtuale” incollato alla tv nel tentativo di districarsi tra le parole di “fuoco” volate dalle bocche di politici truccati in giacca e cravatta, neanche fossero delle star di Hollywood. Ciò che resta è un paese diviso tra antiberlusconiani e anticomunisti, spinti non dall’adesione ad un progetto comune bensì da un rigetto patologico del proprio “nemico” politico, causa tangibile dei malanni d’Italia: non un voto di consenso, dunque, ma un voto di dissenso. Questo rimane del più sacro dei diritti che l’uomo libero ha il dovere di esercitare, ormai quasi del tutto svuotato del senso di partecipazione costruttiva che aveva agli albori della Repubblica Italiana, nel lontano 1946. “Non è meglio che ciascuno attenda con sincerità a quello per cui è nato? Non è questo il modo più onesto di partecipare agli universali destini?”, si chiedeva una volta lo scrittore Dino Buzzati. “A ciascuno il suo”, gli avrebbe risposto Leonardo Sciascia.

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