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17 maggio 2006

Gli “sbozzi” di Caravaggio

Il consulente d’arte di Finale Ligure, Paolo Sapori ha messo a punto un nuovo metodo di diagnosi per le opere di Caravaggio e per gli altri maestr

Il consulente d’arte di Finale Ligure, Paolo Sapori ha messo a punto un nuovo metodo di diagnosi per le opere di Caravaggio e per gli altri maestri del Cinque e Seicento e prossimamente sarà pubblicato un volume sull’argomento. Le ricerche sulle preparazioni dei dipinti del Caravaggio, condotte da Paolo Sapori in stretta collaborazione con Gerlando Savitteri e Paola Caretta e con proficuo scambio di idee e di indagini con la storica dell’arte Mina Gregori, hanno indicato un metodo sicuro per accertare l’autografia di un dipinto e distinguerlo in modo irrefutabile dalle copie.
Alcune anticipazioni Sapori le ha presentate il 3 Febbraio 2006, nell’ambito del convegno internazionale “Caravaggio e l’Europa” che si è tenuto a Palazzo Reale di Milano; il titolo del suo intervento è stato “Gli ‘sbozzi’ in Caravaggio: diagnosi e verifiche”.
La “scoperta” della reale funzione degli abbozzi, dall’antichità fino al Rinascimento, apre una pagina nuova per l’identificazione di importanti maestri.
L’abbozzo, tricromatico, bicromatico e, in casi rarissimi, monocromatico, consentiva rispetto alla più tarda ed elementare esecuzione “alla prima”, un risparmio da tre a dieci volte di tempi e di energie.
Adottato per la prima volta da Giorgione, molto usato da Tiziano, compare a Milano esclusivamente col Peterzano, allievo di quest’ultimo, e sopravvive a Roma soltanto in Caravaggio.
Caravaggio iniziava l’opera con l’abbozzo monocromatico, una biacca (carbonato di piombo) stesa a pennello su un fondo scuro; tutti i suoi dipinti presentano delle estensioni di biacca più o meno diluita che sono radiograficamente rilevabili e determinano dei toni finali più freddi.
I dipinti dei copisti, invece, fanno apparire in radiografia aree soltanto sporadicamente maculate di bianco: sono realizzati a partire da fondi chiari o intermedi e, con o senza abbozzo preliminare, alla fine del lavoro si mostrano più caldi e rossicci.
Nei 3 tipi di abbozzo più diffusi nel Rinascimento, l’insieme dei valori luministici, i chiari, le ombre, lo sfumato, veniva programmato in anticipo, steso velocemente in una sorta di bozza tonale usando non-colori come bianco, nero e grigio. Seguiva una tintura diffusa con alcune sovrapposizioni di pochi colori base (giallo, rosso, azzurro) puri, ma molto diluiti, passati a velature. Ciò evitava il lunghissimo e tedioso procedimento di impasti e rimpasti dei colori su tavolozza (nel caso precedente le diluizioni si preparavano in vasetti) con le infinite variabili in aggiunta di bianco e di nero necessarie a comporre un mosaico tonale sulla tela, ove l’unica preparazione era uno scarno disegno a carboncino o a gessetto.
Tra i tipi di abbozzo quello monocromatico a biacca richiedeva però un duro tirocinio, essendo di difficile pratica per via degli scuri e degli sfumati da ricavarsi in negativo (per sottrazione) sul fondo appositamente annerito.
La grande quantità di biacca richiesta dalla campitura, anche se a tratti sfumata, di intere sagome di figure, si evidenzia immediatamente in radiografia. Su gran parte della sagoma l’artista operava poi una ulteriore sottrazione “abbassando” di molto i chiari con ombre e varie coloriture, lasciando che emergessero in superficie solo quei bianchi necessari all’effetto.
I copisti, che non conoscevano il segreto, replicavano unicamente i pochi chiari ben in vista. Così le loro opere si presentano ai raggi x bizzarramente chiazzate. Inoltre la velatura di sagome di bianco tracciate su fondo nero comporta un raffreddamento delle tinte ed una naturalezza di colori che appare essere il vero obiettivo di quei pochissimi maestri, ed è, diversamente, irraggiungibile.

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