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17 maggio 2006

Il confine della difesa

Il 17 febbraio 2003 il rifugiato politico Abu-Omar, imam della moschea di Viale Jenner a Milano, venne prelevato con la forza da un commando della

Il 17 febbraio 2003 il rifugiato politico Abu-Omar, imam della moschea di Viale Jenner a Milano, venne prelevato con la forza da un commando della CIA.
Abu-Omar venne poi condotto alla base aerea di Aviano; interrogato e torturato fu messo su un aereo e spedito al Cairo. Qui venne preso in consegna dai servizi egiziani e nuovamente interrogato e torturato, stavolta nelle carceri speciali di Mubarak.

Il fatto e’ tornato alla cronaca in questi giorni proprio perchè ad aiutare materialmente gli americani a mettere in atto il sequestro è stato il maresciallo dei carabinieri Luciano Pironi (nome in codice “Ludwig”) che ha confessato, davanti al pubblico ministero, la sua partecipazione al fatto.
Il governo italiano si è sempre tenuto fuori dalla vicenda dichiarando di non sapere nulla riguardo ad un coinvolgimento dei servizi italiani; lo stesso Pironi ha detto di aver agito soltanto “a titolo personale”, come favore al suo amico Robert Seldon Lady, il capo centro della Cia a Milano.
Dalle indagini, tuttavia, sembra che nel sequestro fossero coinvolti anche altri italiani.

Abu-Omar è considerato dagli americani un personaggio coinvolto nella rete di Al-Qaeda, ma il punto non è questo. Abu-Omar è – anzi era – un rifugiato politico italiano.
E ciò che è accaduto, come ha scritto il giudice Guido Salvini, è stato: “un gravissimo attacco alla sovranità nazionale dello Stato italiano, dove per la prima volta nella storia giudiziaria italiana, viene sottratto un indagato alle autorità giudiziarie per condurlo, con la forza, in uno Stato terzo”.
Abu-Omar era sotto la giurisdizione italiana, almeno fino a che la prepotenza Usa non ha deciso che era giunto il momento di cambiare le carte in tavola; prepotenza di cui sono stati complici una parte della nostra sicurezza nazionale – se il governo italiano e’ davvero all’oscuro della vicenda – confermando il nostro davvero poco brillante ruolo di ‘subalterni’ alle volontà USA.

Fino a che punto ci stiamo spingendo per cercare di combattere il terrorismo?
La verità è che dopo l’11 settembre più che cambiato il mondo a modificarsi è stata la sua percezione.
Priorità, anche se soltanto basate su ipotesi presunte, si sono imposte ad altre vecchie di decenni e che sono la spina dorsale della nostra cultura; nel caso di Abu-Omar è stata la nostra sovranità nazionale ad essere calpestata, da uno stivale americano e da una gamba italiana.
Questo nuovo diritto dello spionaggio sembra non avere più limiti, la nuova dottrina americana ha rovesciato un altro caposaldo della nostra cultura: quella dell’autodifesa in nome del pericolo e della sua inevitabilità. Penso a quel ragazzo inglese che si è visto piombare in casa gli uomini della sicurezza nazionale perchè aveva scritto su un sms ad un amico “Faccio saltare il bus”.
Stava parlando del gioco sul suo pc.
Il più recente caso del giornalista italiano che ha avuto quella bella pensata di scrivere alla moglie, poco prima di partire, che forse non sarebbe più tornato; innescando tutto lo scompiglio che ne è seguito subito dopo e che si è rivelato alla fine essere stata soltanto una battuta infelice.
Mi viene in mente Minority Report il film in cui i criminali vengono arrestati prima di commettere i loro delitti, ma mi viene anche in mente Orwell con il suo 1984 in cui Winston alla fine cede al ‘Grande Fratello’ perdendo la sua ultima dose di umanità rinunciando all’amore della sua Julia, e al libero pensiero…

L’ultimo siluro caduto sull’amministrazione Bush: migliaia di conversazioni telefoniche scandagliate accuratamente dal Nsa (l’intelligence segreta americana), addirittura tre compagnie telefoniche (la At&t, la Verizon e la Bells) che lavorano per la stessa intelligence.
Insomma se tutto questo non significa perdere una guerra…
O forse si pensava che si stesse parlando di un conflitto militare? Io non credo che Al Qaeda quando e’ cosi fanaticamente convinta di vincere la guerra si riferisca alle battaglie militari. Insomma credo che ci arrivi anche il più ostentato dei kamikaze che non si possa sperare di battere l’occidente sotto il profilo bellico.
L’America non vincerà mai questa guerra e nemmeno la perderà: i due contendenti in realtà si stanno sfidando su due campi di battaglia diversi, senza incontrarsi mai.
Gli americani, coi loro soldati, gioca a risiko sul Medioriente mentre AlQaeda, anche se non annovera Hollywood tra le città in cui soggiace, la gioca sui media, nella cultura e nei pensieri della gente.
Quando Al Qaeda si autoproclama futura vincitrice del conflitto parla proprio di questo: ci ha alterato la percezione di guardare il mondo, e ci fa vivere (e pensare) nel (e con il) terrore. D’altronde è nata per questo o no? Ebbene sta raggiungendo i suoi scopi. E’ una sconfortante presa d’atto, ma perchè continuare a prenderci in giro?
Forse è vero ciò che dice Bush quando dice di non aver commesso “nulla di illegale intercettando le telefonate. Stiamo proteggendo i cittadini americani. E’ questo il nostro dovere.”
D’altro canto un sondaggio del Washington Post dice che ben il 63% degli americani e’ convinto che i 400mila hard disc di dati in possesso della Nsa facciano parte di una necessaria forma di lotta contro il terrorismo.
Una ‘necessaria forma di lotta’. Necessaria. Allora fondamentale: senza essa la battaglia risulterebbe persa. Quindi estrema.
Ma se si è all’estremo come si fa, contemporaneamente, ad essere sempre sul punto di vincere la guerra…
Vogliamo vincere con la democrazia anche al costo di intaccare le basi che ne sorreggono la nostra?
Siamo tutti degli ottimi potenziali kamikaze. Sta solo a noi cercare di non distruggerci da soli.

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