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6 giugno 2006

A Casoria (NA) il convegno nazionale di psicologia sulla sofferenza mentale.

Si è tenuto, sabato 3 e domenica 4 giugno, il convegno di psicologia organizzato dalla S.I.P.I. (Società Italiana di Psicoterapia Integrata) di CasoriSi è tenuto, sabato 3 e domenica 4 giugno, il convegno di psicologia organizzato dalla S.I.P.I. (Società Italiana di Psicoterapia Integrata) di Casoria (Napoli) dal titolo ‘La sofferenza mentale, per una definizione condivisibile’. Durante il convegno, a carattere nazionale, si sono confrontati docenti e ricercatori dei vari Atenei italiani, segno del progresso, in ambito del trattamento della sofferenza mentale, delle facoltà di medicina e di psicologia delle Università italiane. In particolare, la scuola di psicoterapia della S.I.P.I. di Casoria e la comunità di accoglienza (centro diurno e notturno), che ospita ‘persone’ con malattie mentali gravi (psicosi e schizofrenia), si mostra centro mondiale d’eccellenza nel trattamento dei disturbi mentali ‘gravi’. Durante il convegno, di particolare rilievo sono stati gli interventi di Gabriele Chiari (Università di Firenze), Didatta della Società italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) e dell’Associazione italiana di Psicologia e Psicoterapia costruttivista (AIPPC), Giuseppe Martini (Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma), Socio Ordinario della Società italiana di Psicoanalisi (SPI), Maurizio Peciccia (Università di Perugia), collaboratore di Gaetano Benedetti a Basilea (Ch). Le varie giornate di studio e approfondimento sono state moderate da Franco Rinaldi (Università di Napoli, Federico II°) e Giovanni Ariano, Presidente della SIPI.
Queste due giornate di studio e di incontro, tra psicologi e medici di ogni parte di Italia, sono state concepite proprio per cercare di facilitare il dialogo tra i rappresentanti delle correnti fondamentali della psicoterapia contemporanea su una definizione condivisibile del disturbo mentale, che vada oltre ogni mero riduzionismo: la sofferenza mentale non è un disturbo organico, anche se spesso è ridotta a mera sofferenza biologico-organica o comportamentale. La capacità dell’uomo di costruire visioni su di sé e sul mondo, la sua ansia legata alla libertà di scelta e la responsabilità che questa implica, il bisogno di incontrare l’altro nella rispettiva soggettività, la necessità di dare un senso alla propria esistenza, cose che vediamo limitate o andare in frantumi nella sofferenza mentale, sono ignorate dalla maggior parte dei ricercatori del settore: l’obiettivo del convegno è stato proprio quello di porre attenzione al processo di ‘umanizzazione dell’uomo’ che soffre psichicamente.
D’altronde in Italia il processo si lega a quel grande segno di civiltà che si è avuto con la cosiddetta ‘Legge Basaglia’ (Legge 180/1978), che ha segnato una svolta epocale nel rapporto tra Istituzione e malattia mentale: la conquista della libertà del malato deve coincidere con la conquista della libertà dell’intera comunità, questo, in estrema sintesi, il pensiero rivoluzionario di Franco Basaglia, lo psichiatra cui si deve l’introduzione in Italia della legge 180, che sancì la definitiva chiusura dei manicomi. Con la rivoluzione istituzionale apportata in Italia dallo psichiatra veneziano, la centralità è passata dalla malattia a chi soffre, dal disturbo mentale alla persona intera con la sua identità e la sua storia: questo passaggio centrale, purtroppo, è ancora poco pregnante in alcune correnti contemporanee che si occupano del trattamento della sofferenza mentale.
Dietro la malattia mentale vi è un uomo con la sua storia di sofferenza e di diritti all’esistenza negati, storia di abbandono o di sopraffazione psichica da parte genitoriale. La malattia mentale, dunque, è vista dagli studiosi contemporanei del settore come una modalità di adattamento all’ambiente circostante, il miglior modo possibile per sopravvivere in ‘quel’ contesto familiare e sociale dove si è sviluppata. Lo scopo del convegno è stato proprio quello di giungere ad una definizione quanto più condivisibile possibile, che possa aiutare il clinico ad essere ‘compagno di viaggio’ nella ricerca di senso al dolore di ogni suo paziente.

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