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21 giugno 2006

Bocconi: Clandestini più colti degli italiani

Secondo una ricerca di Carlo Devillanova, professore di Economia politica all’Università Bocconi di Milano, e di Tommaso Frattini, docente

Secondo una ricerca di Carlo Devillanova, professore di Economia politica all’Università Bocconi di Milano, e di Tommaso Frattini, docente dell’University College di Londra, nella quale si parla di «spreco di capitale umano insito nel fenomeno migratorio», gli immigrati irregolari che arrivano nel nostro Paese sono più scolarizzati degli italiani e rappresentano un’occasione persa per le aziende del bel paese. Lo studio ha utilizzato come fonte d’informazione i dati di oltre 10mila profili di clandestini che si sono rivolti, in un anno e mezzo, al Naga (Associazione Volontaria di Assistenza Socio Sanitaria e per i Diritti di Stranieri e Nomadi – Onlus) di Milano. L’associazione, infatti, offre assistenza sanitaria gratuita anche agli immigrati irregolari.
L’elemento inaspettato riguarda il livello d’istruzione degli immigrati clandestini. Infatti il 41% di loro, compresi nella fascia di età tra 25 e i 64 anni, dichiara di aver conseguito un diploma di scuola superiore e il 12% la laurea.
Secondi i dati di OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), gli italiani della stessa classe di età che hanno conseguito il diploma di scuola superiore sono il 33%, mentre i laureati il 10%. «Il dato – afferma il prof. Devillanova – va letto comunque con prudenza, perché non esiste perfetta corrispondenza tra i diversi sistemi formativi, ma dobbiamo ricordarci che i clandestini sono mediamente meno istruiti degli immigrati regolari e quindi la scolarità degli immigrati è nel complesso nettamente superiore a quella percepita».
Inoltre i lavori che svolgono gli immigrati non sono corrispondenti alle capacità che hanno acquisito con gli studi svolti e che potenzialmente possono offrire. Secondo la ricerca, solo il 15% di loro svolgeva in patria mansioni elementari. Mentre il 54% del totale del campione analizzato svolge, in Italia, incarichi elementari come assistenza domestica, facchinaggio, impiego da operai nell’edilizia, vendita ambulante. Ciò determina un impoverimento del capitale umano dei Paesi di origine con un conseguente spreco dello stesso quando le competenze non sono utilizzate nel Paese di destinazione. «Tale risultato – spiega Devillanova – mette in dubbio anche l’eventuale efficacia di politiche di selezione degli immigrati, dal momento che il loro livello di istruzione è già alto, ma il tessuto produttivo italiano sembra poco interessato alle loro qualifiche».
Secondo l’indagine, sono 92 i paesi di provenienza dei clandestini e il 75% di loro proviene da nove Paesi: Albania, Ecuador, Egitto, Marocco, Perù, Romania, Senegal, Sri Lanka e Ucraina.
L’età media dei clandestini è di 31,8 anni, con i nordafricani che arrivano in Italia più giovani e i sudamericani in proporzione più anziani.
Circa metà dei clandestini ha almeno un figlio (paternità e maternità sono più diffusi tra sudamericani ed europei, meno tra gli africani), ma quasi nessuno ha affermato se i figli vivano già con loro in Italia.
Il quadro, ancora una volta, mette in risalto come siamo lontani da forme d’integrazione equilibrate che possano sfruttare le reali potenzialità degli immigrati. E se a ciò si aggiungono intolleranza, indifferenza e discriminazione si può notare come sia sempre difficoltoso per loro l’inserimento nella nostra società.

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