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15 giugno 2006

Catanzaro: presentazione delle note sull’andamento dell’economia calabrese

L’economia calabrese non mostra affatto segnali di ripresa, anzi la maggior parte degli indicatori presi in esame mostrano segnali fortemente negativiL’economia calabrese non mostra affatto segnali di ripresa, anzi la maggior parte degli indicatori presi in esame mostrano segnali fortemente negativi, rendendo evidente una situazione di sostanziale sopravvivenza economica più che di vero e proprio rilancio.

Nel 2005, infatti, l’attività economica della Calabria è diminuita rispetto all’anno precedente, il Prodotto interno lordo regionale ha avuto una flessione rispetto al 2004 variabile tra l’1% e il 2,7%.

Questo il dato che emerge dalle “Note sull’andamento dell’economia della Calabria nel 2005”, redatte dall’Ufficio Studi Regionali della Banca d’Italia, Filiale di Catanzaro, e presentate questa mattina all’Università Magna Graecia di Catanzaro, nell’ambito di un’iniziativa scientifica che ha visto a confronto al Campus di Germaneto mondo accademico, economisti e imprenditori sulle problematiche e le prospettive di sviluppo dell’economia calabrese.

Il documento, illustrato dal dottor Francesco Pierro, direttore della Banca d’Italia – Filiale di Catanzaro, dimostra come il 2005 sia stato un anno negativo per l’economia calabrese. Questi nel dettaglio gli aspetti più significativi evidenziati dalle Note della Banca d’Italia: nell’agricoltura le quantità raccolte delle due principali colture regionali- olivo e agrumi – sono rimaste invariate dopo la forte espansione del 2004. Nel manifatturiero il livello di attività produttiva è diminuito. La spesa per investimenti in macchinari e attrezzature si è contratta, anche per effetto dell’incertezza sull’evoluzione della domanda. Il settore delle costruzioni ha beneficiato dell’aumento delle opere pubbliche; le presenze turistiche sono rimaste invariate, interrompendo la crescita iniziata nel 2001; il traffico passeggeri negli scali aeroportuali è diminuito. Si è ridotta l’attività di transhipment del porto di Gioia Tauro, che ha perso il primato per numero di contenitori movimentati tra i porti del Mediterraneo. Il volume delle vendite degli esercizi commerciali è diminuito per il terzo anno consecutivo, mentre è proseguita a ritmi modesti l’espansione delle strutture della grande distribuzione. Il contributo del commercio estero, ancorché marginale, è stato negativo. Nel 2005 lo stato di avanzamento del Piano Operativo Regionale ha registrato un forte incremento sia delle risorse stanziate sia dei pagamenti effettuati. Le forze lavoro sono diminuite per effetto del congiunto calo delle persone in cerca di occupazione e degli occupati. Il tasso di disoccupazione è lievemente cresciuto, mostrando un aumento più marcato nella componente giovanile; il tasso di attività delle persone in età lavorativa è calato. Sono 16mila i posti di lavoro persi.

Dati non certo incoraggianti nemmeno sul versante della ricerca. La spesa per ricerca e sviluppo sostenute dalla Pubblica Amministrazione, dall’Università e dalle imprese in Calabria raggiunge, infatti, lo 0,40% del PIL, un dato sensibilmente inferiore alla media italiana.

In questo contesto è necessario quindi ripensare un nuovo modello di sviluppo e definire una pianificazione strategica degli interventi necessari da attuare per rilanciare l’economia calabrese, puntando sull’innovazione e la ricerca garantita dall’Università, sui distretti che permettano alle imprese di relazionarsi e aggregarsi per realizzare concretamente delle filiere produttive, attraverso incentivi e una nuova cultura manageriale. Sono necessari, infatti, interventi a lungo termine. Temi questi trattati nello specifico durante la tavola rotonda che ha seguito la presentazione delle note della Banca d’Italia e che è stata moderata dal dottor Nino Amadore, redattore del Sole 24 Ore Sud. Hanno partecipato il dottor Paolo Abramo, presidente di Unioncamere regionale, il dottor Fausto Aquino, Vice Presidente Piccola Industria Confindustria, il dottor Giuseppe Speziali, presidente di Confindustria Catanzaro, il professor Stefano Ecchia, ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari presso l’Università Federico II di Napoli, il professor Riccardo Viganò, ordinario di Economia Aziendale presso l’Università Federico II di Napoli, e la professoressa Annarita Trotta, straordinario di Economia degli Intermediari Finanziari presso l’Università Magna Græcia. A conclusone della giornata sono intervenuti il professor Giancarlo Forestieri, ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari presso l’Università Luigi Bocconi di Milano, e il dottor Nino Novacco, presidente della Svimez.

Durante il dibattito sono stati affrontati alcuni nodi importanti dell’economia calabrese: infrastrutture, sistema produttivo, valorizzazione delle risorse, infrastruttura finanziaria, turismo, internazionalizzazione, cultura della trasparenza e della legalità. Si è parlato delle prospettive di sviluppo legate al turismo, ai beni culturali, alla costituzione di distretti innovativi, il professor Ecchia ha parlato delle potenzialità che potrebbe avere la costituzione di un distretto nel campo delle Biotecnologie, un settore che vede proprio l’Università Magna Graecia in prima linea nell’attività di ricerca e formazione. Un’opportunità questa per agganciare la regione alla terza rivoluzione tecnologica in atto.

E in questa situazione risulta quindi decisivo il ruolo dell’Università. L’Università, infatti, luogo d’eccellenza per la produzione di cultura e sempre nuova conoscenza, come ha sottolineato la professoressa Trotta, svolge un ruolo fondamentale nell’innnovazione per la competitività delle imprese sul mercato. È la ricerca, infatti, lo strumento in grado di garantire l’innovazione a tutto il sistema.

Cooperazione fra le imprese e le istituzioni, pianificazione strategica, innovazione, ricerca e finanza innovativa queste le possibile vie da percorrere per lo sviluppo del sistema economico calabrese. Un sistema, come sottolineato anche dal professor Viganò, che è caratterizzato dal nanismo delle imprese: le imprese sono piccole, piccolissime, di carattere familiare nella maggior parte dei casi, con investimenti in ricerca e sviluppo esigui, produttività modesta, e scarsissima propensione all’internazionalizzazione, e con difficoltà evidenti nel reperimento di fonti di finanziamento.

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