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19 giugno 2006

‘Globalizzazione’, l’ennesima etichetta di facciata? Storia di un concetto

Col termine ‘globalizzazione’ si indica il fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi di diverso tipo a livello mondiale, in di
Col termine ‘globalizzazione’ si indica il fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi di diverso tipo a livello mondiale, in diversi ambiti, osservato a partire dalla fine del XX°. In campo economico, ‘globalizzazione’ denota la forte integrazione nel commercio mondiale e la crescente interdipendenza dei Paesi gli uni dagli altri, ma con la stessa parola si intende anche l’affermazione delle multinazionali nello scenario dell’economia mondiale: in questo settore si fa riferimento sia alla produzione ‘dislocata’ nei Paesi del Sud del Mondo, sia alla vendita di prodotti, di alcuni marchi molto sponsorizzati, nei Paesi del Nord del Mondo. È proprio nella sua accezione economica che la globalizzazione è contestata da alcuni movimenti No-Global e New-Global, mentre è fortemente sostenuta dai gruppi liberisti, libertari e anarco-capitalisti. Con ‘globalizzazione’, ci si riferisce essenzialmente anche allo sviluppo di mercati globali nell’ambito dell’informazione ed alla diffusione di mezzi di comunicazione come internet, che trascendono le vecchie frontiere nazionali. Infine, il termine è utilizzato anche in ambito culturale ed indica genericamente il fatto che nell’epoca contemporanea ci si trova spesso a rapportarsi con le altre culture. Se nell’immaginario collettivo la ‘globalizzazione’ è spesso percepita come un fenomeno progressivo, che si è andato sviluppando linearmente nel tempo in modo naturale, in verità Hirst e Thompson, in La globalizzazione dell’economia, sottolineano che il sistema degli scambi internazionali era più ‘globalizzato’ negli anni precedenti il 1914 di quanto non sia attualmente. D’altra parte, Amartya Sen, in Globalizzazione e liberta, sostiene che processi di globalizzazione sono in corso da almeno un millennio. Ancora, il sociologo britannico A. Giddens, che per primo ha dato una formulazione del concetto, fa riferimento con ‘globalizzazione’ all’interdipendenza di tutte le società del mondo: una fittissima rete di relazioni sociali, politiche, economiche e culturali attraversa le frontiere di tutti i Paesi del mondo, provocando un processo di condizionamento e di interdipendenza, in virtù del quale il mondo si configurerebbe come un “unico sistema sociale”. Le interrelazioni reciproche fra differenti parti del pianeta, sviluppate da processi vari e di natura diseguale e frammentata, non hanno portato, secondo Giddens, come afferma in Le conseguenze della modernità, né a una integrazione politica né a una riduzione delle disuguaglianze internazionali rispetto alla ricchezza e al potere. In polemica con Giddens, R. Robertson non ritiene la globalizzazione una diretta conseguenza della modernità: nonostante il concetto si sia diffuso solamente a partire dai primi anni Ottanta, egli ritiene più corretto riferirlo a processi avviatisi secoli or sono e proseguiti fino ai nostri giorni. Anche I. Wallerstein (al quale Giddens rimprovera un’attenzione quasi esclusiva ai fattori economici), afferma in Le origini dell’economia mondiale nel XVI° secolo che lo sviluppo di un sistema mondiale a partire dal XVI° secolo può essere considerata come una storia complessiva del processo di globalizzazione. In ogni caso, nella coscienza dei popoli il fenomeno si sta consolidando insieme alla diffusione del punto di vista globale ed all’impegno concreto per un mondo migliore al di là dei propri interessi personali e dei confini nazionali: si parla sempre più spesso di ‘globalizzazione dei diritti’ e perciò di rispetto dell’ambiente, di eliminazione della povertà, di abolizione della pena di morte ed emancipazione femminile in tutti i Paesi del Mondo. In sintesi, tutto ciò invita a maneggiare questa etichetta con una certa cautela, è già intrinseca al concetto una ambiguità sostanziale: la parola viene usata in modo camaleontico di volta in volta con diverse sfaccettature; figuriamoci nei risvolti pratici. Solo quando i bambini dell’Africa nera potranno correre, divertendosi, senza il pensiero imminente della morte per malaria, in una delle numerose e lussuose ville del Presidente americano, allora e solo allora si potrà parlare di un mondo veramente ‘globalizzato’.

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