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6 giugno 2006

“Isadora Duncan, Pina Bausch: danza dell’anima, liberazione del corpo”

Dire che “le cose devono essere come sono” può essere lapalissiano o geniale. Nel caso di Isadora Duncan, si trattò di un colpo di g

Dire che “le cose devono essere come sono” può essere lapalissiano o geniale. Nel caso di Isadora Duncan, si trattò di un colpo di genio. La ballerina californiana, pioniera della Modern Dance del primo Novecento, fece del ritorno alla naturalezza una vera e propria macchina da guerra che, scremando orpelli e fatiscenze del tradizionale balletto romantico, creò un modo di danzare totalmente nuovo. E totalmente antico, visto che la Duncan si ispirò direttamente a Fidia, studiando minutamente la gestualità delle figure danzanti dei fregi del Partenone esposti al British Museum di Londra. Il risultato fu l’abbandono del tutù classico e delle mortificanti scarpette, sostituiti con una semplice tunica in cui la ballerina californiana danzava scalza, esibendosi in una gestualità ispirata a fenomeni naturali (celebri le sue “onde”) e sostenuta da una respirazione ispirata all’armoniosa ritmicità dell’oceano. La sintesi artistica fu un tipo di danza inedito e pullulante di riferimenti arcaici al tempo stesso, in cui trovavano espressione elementi dionisiaci e apollinei desunti dalla filosofia di Nietzsche (potente e rivoluzionaria chiave di lettura della Grecia classica). Danza sdogananata in teatro, nel senso più onnicomprensivo del termine. Proprio questo elemento unisce l’opera di riforma della Duncan a quella di Pina Bausch, ballerina e coreografa tedesca fondatrice del Wuppertal Tanztheater. In Café Muller (1978) risaltano con particolare evidenza gli elementi costitutivi di quello che sarebbe riduttivo definire un genere ballettistico. Elementi di danza libera, modern dance e recitazione mimica confluiscono in una creazione teatrale complessa, che affonda le sue radici nell’effervescente clima della Repubblica di Weimar e nelle teorie di una Mary Wigman che negli anni Trenta esprimeva la fascinazione per i ritmi orientali e africani, in spettacoli in cui l’elemento musicale era costituito solo da percussioni. Un ritorno alle origini come per la Duncan, anche se più che all’antichità greca la Wigman si riferiva a un primitivismo ancora vivo in contesti tribali. La mostra in corso a Milano fino al 22 luglio, presso la Galleria del Credito Valtellinese del Palazzo delle Stelline (C.so Magenta 59), illustra il percorso di gestazione e sviluppo della Modern Dance creando una connessione fra Isadora Duncan e Pina Bausch. Le tre sezioni in cui si articola l’esposizione , dopo una prima parte dedicata ai coreografi teorici della Modern Dance, illustra con foto di Ulli Weisman e Francesco Carbone e disegni e acquarelli di Rodin, Grandjuan, Lafitte e Clara l’opera delle due ballerine-coreografe. Fedele al principio di apertura e reciproca contaminazione fra le arti propugnato dalla Duncan e dalla Bausch, la mostra si configura come un dialogo aperto fra arti visive e danza. La teatralità rimane il segreto, sottile filo rosso.

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