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15 giugno 2006

La crisi del pesce a Venezia

Simbolo di Venezia, il pesce, oggi costa troppo e in pochi vanno al mercato a comprarlo. I “pescaor” del mercato raccontano con velata malinconia

Simbolo di Venezia, il pesce, oggi costa troppo e in pochi vanno al mercato a comprarlo. I “pescaor” del mercato raccontano con velata malinconia la situazione del mercato ittico. Si chiacchiera del passato glorioso della “Pescaria de Rialto”, ormai ricordo dei padri, si ride e si scherza tra i bancali del pesce, ma di clienti sono pochi e le tasche sempre più vuote. La Pescaria, il mercato del pesce più ricco di storia in Italia, sta vivendo una situazione al limite del collasso. Gli affari vanno male e la colpa, a detta degli stessi commercianti, è sempre di quel maledetto euro, la moneta che ha duplicato i costi e dimezzato i guadagni. Una grande delusione per chi ci lavora da anni e oggi si esprime con rabbia e sadica ironia, “datemi una corda che mi impicco, da quando è arrivato l’euro, ogni anno è peggio – racconta Gianni Zane, da vent’anni al mercato di Rialto – è cresciuto il prezzo del pesce, la gente ha sempre meno soldi in tasca e non si vende più”. “Oggi la gente corre sempre, vede il pesce come il piatto faticoso da preparare e non lo compra più quotidianamente come un tempo” – dice Luigi Sfriso, un altro veterano del mercato. Vive dal 1300 la tradizione di vendere il pesce a Rialto, il mercato era il cuore pulsante della città, dove trovavano dimora tutte le principali attività economiche di Venezia. In un ambiente di immensa vitalità e ricchezza, nacque la “Pescaria”, il ricco mercato ittico dove giungeva il pescato della laguna e della costa e la ricca “Erbaria”, l’adiacente mercato della frutta e degli ortaggi. A quei tempi il buon pesce si vendeva ovunque a Venezia, era un alimento diffuso e culturalmente legato alla città, non mancava sulle tavole di ogni veneziano. Oggi il pesce è quasi considerato piatto d’elite e molte qualità, grazie anche alle condizioni dei nostri mari, non si trovano nemmeno più. Rialto era un mercato alimentato da più marinerie, il pescato si vendeva a bordo delle imbarcazioni, lungo le rive dei canali: diversissime e pregiate le varietà che si commercializzavano sui banchi di legno poggiati su cavalletti e riparati da tendalini. Si vendevano al dettaglio e all’ingrosso rombi, orate, branzini, mormore, storioni, sarde e sardoni, sgombri, sogliole, barboni, anzoletti. Di questo glorioso passato resta la testimonianza degli affaccendati commercianti che incontriamo oggi al mercato, sempre impegnati a far quadrare i conti, costretti da prezzi sempre più elevati. La Pescaria de Rialto resta un mercato al minuto dove le famiglie di veneziani e i ristoratori si riforniscono, ancora oggi, del miglior pesce di Venezia. La città non è più quella di un tempo e i commercianti lo sanno. Nel centro storico veneziano gli abitanti sono meno di un terzo di cinquant’anni fa e sono cambiati gusti e consumi, mentre i turisti aumentano e vengono al mercato solo per fotografarlo tutto questo pesce, “per arrotondare faremo pagare due euro a foto” – ironizza Tiziano Fabris, impegnato a sgusciar le cappesante. I pesci di laguna sono quasi scomparsi per la distruzione dei fondali, non si trovano più le masanete, deliziosi granchi, i rombi sono assai rari, così come le prelibate granseole dell’Adriatico, un tempo, a cinquanta lire l’una. Il mondo cambia, “oggi circa il settanta percento del pesce viene dai mari di Francia, Olanda, Spagna, Croazia” – ci ricorda Gianni. La laguna è mortificata dall’inquinamento delle acque, i nostri mari sono sempre meno pescosi, “oramai poche le varietà che provengono dal nostro mare, solo sogliole, passere, cappesante, seppie e un po’ di garusoli” – sottolinea, infine, Tiziano. Ancora oggi, grazie a persone come Gianni, Luigi e Tiziano che, ogni giorno, si alzano prima dell’alba, il buon pesce arriva a Rialto e la Pescaria resta per Venezia e i veneziani un luogo della memoria ove tradizione, economia e cultura hanno le radici più vere.

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