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1 giugno 2006

La nebbia

Sembrava una sera tranquilla, quand’ecco la nebbia, discesa d’un fiato ad avvolgere cose e persone.
Il viaggio di ritorno da Viterbo – pensava
Sembrava una sera tranquilla, quand’ecco la nebbia, discesa d’un fiato ad avvolgere cose e persone.
Il viaggio di ritorno da Viterbo – pensava – non sarebbe durato che poco più di un’ora: la Cassia è deserta di sera; la gente è tornata alle case, o è ancora lungi dal farlo.
La pioggia sottile del primo pomeriggio aveva appena bagnato le prime foglie verdi di Marzo, senza peraltro lasciar traccia di pozzanghere o fango.
Una macchina davanti andava più lenta e presto le ruote si avvicinarono; uno sguardo a sinistra e fu sorpassata, già dietro che si allontanava, scompariva… ma troppo velocemente, per esserci ancora i raggi del sole che tramontava.

Era la nebbia, la nostra cara amica che investe di sè ogni cosa, rendendone vaghi i contorni, addolcendo le asprezze, smussando gli angoli.
Essa viene per distendersi leggera sulle tristezze e le brutture del nostro mondo.
Viene ad impedirci di guardare a fondo nella nostra squallida invidia, o nella più profonda disperazione.
Il suo candido abbraccio, ogni cosa stempera, ogni pena sopisce.
Rallentò la sua corsa verso la fine, recitando tra sè una cantilena imparata da bambino.

“O dolce sorella, che vienci a trovare,
pe’i miei tristi occhi, più nulla puoi fare;
il gelo li avvolge ed un triste rancore,
ferita che accende insensato livore.

Quel male che scende non riesci a fermare
ma forse spegnendo la luna e le stelle
protetto dal buio dell’ombra di quelle
io forse stanotte potrò riposare.”

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