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4 giugno 2006

Le storie per capire chi siamo: internet

Anche oggi mio padre mi ha chiesto: “Ma me lo puoi vedere il lotto sul computer?”. E’ anziano, e ci sono cose che non potrà mai capire. Non

Anche oggi mio padre mi ha chiesto: “Ma me lo puoi vedere il lotto sul computer?”. E’ anziano, e ci sono cose che non potrà mai capire. Non per sua colpa: è una vittima del digital divide, la vera pandemia da pc. L’abisso che separa la tecnologia da chi è rimasto indietro: per ignoranza, per assenza di infrastrutture, per reddito insufficiente. Non sa cosa si perde!
Oggi la rete delle reti può tanto per chi la sa usare bene. Prima di tutto rende il mondo così vicino, da essere a portata di un doppino telefonico. Anzi, se facciamo installare la fibra ottica oltre che vicino è anche subito. Magari compriamo il cellulare col GPRS e il palmare di ultima generazione, così possiamo averlo sempre con noi. Un prodotto appena comprato ne vale 2, 3 che abbiamo già in casa. Che la tecnologia corra così veloce da doppiare sé stessa?
No, è che internet ha un valore aggiunto tale che si vende bene sempre, anzi, sempre meglio. In Italia, secondo l’Eurisko, ad essere online siamo 11 milioni. Cifra che arriva a 17, se contiamo anche gli utenti una tantum. Preoccupa un po’ che la popolazione web abbia il suo picco nella fascia 25 – 45. Cosa succede dopo? E’ facile intuirlo: l’utenza invecchia e si dedica a piaceri più salubri. Ma soprattutto: cosa succede prima? In barba alle statistiche, i giovani navigatori stanno diventando giovanissimi. Gli studenti usano la rete come uno svago, i più piccoli come una questione di status. I baby-pc in vendita nei negozi di giocattoli hanno la connessione per scaricare le email; fioccano siti specializzati per bambini, da quelli istituzionali a quelli dedicati ai cartoons, e tutti spergiurano di essere luoghi sicuri al riparo da pericoli virtuali. E sappiamo a cosa si riferiscono: pedopornofilia. Ma i rischi sono altri: l’alienazione dei più deboli, la sedentarietà, e la noia di aver scoperto tutto e subito.
Per capire i dati aberranti, le teorie apolicattiche e i dubbi fondati bisogna tornare indietro di qualche tempo. Fu il governo statunitense a concepire la prima ossatura di internet. Era il 1969, ed il progetto ARPANET era l’asso nella manica del Ministero della Difesa. In seguito il commercio ebbe la meglio sulla sicurezza mondiale. Ma internet è rimasto quello che era: un’arma potentissima, da gestire con cautela e dalla quale difendersi, se necessario.
E’ uno degli strumenti che ci fa capire le immense potenzialità della mente umana. Concepito tra nodi connessi tra loro che dialogano attraverso un linguaggio comune, arriva a penetrare la nostra vita fino a tradurre in emoticons gli stati d’animo. Dà lavoro a intere generazioni di informatici, grafici, hackers; ma può farli sparire tutti in mille bolle blu. Concepisce prodotti, li vende, li infetta ne vende gli antivirus. Se volessimo personificarlo, sarebbe una piovra. Eppure ne siamo dipendenti, ed è giusto: non possiamo più farne a meno. Il web ci ricorda che siamo una generazione privilegiata, orientata al futuro. Che siamo schiavi e padroni della comunicazione. Che abbiamo tanti di quegli impegni da portarceli a casa. Ed il web ci fa privilegiati, offrendoci potenzialità che neanche sfruttiamo al massimo: oggi che l’informazione arriva subito, e che il servizio si specializza per essere accessibile.
Io amo internet prima di tutto perché è poliedrico. E’ sera tardi e vuoi fare una chiacchierata? Forum e chat sono affollati a tutte le ore. Arrivano ospiti a sorpresa e sei rincasato in ritardo? Un bel sito di ricette e imposti ingredienti e tempi di cottura. La maestra assilla Gigino con compiti impossibili? Dai a Google qualche decimo di secondo e l’insegnante è accontentata. Pensare che quando ero piccola io, papà mi comprava i libri da cui ritagliare le figure per le ricerche, e mi riempiva la scrivania di libroni polverosi. Papà non saprà mai usare internet: forse è meglio così.

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