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22 giugno 2006

L’ultimo Romanino: Sacro e profano nelle opere tarde di Girolamo Romanino

La mostra bresciana – un omaggio che la città di Brescia, per iniziativa di Comune di Brescia-Settore Musei, Fondazione Cab, Banco di Bres

La mostra bresciana – un omaggio che la città di Brescia, per iniziativa di Comune di Brescia-Settore Musei, Fondazione Cab, Banco di Brescia e Brescia Musei S.p.A., rende al pittore cui ha dato i natali – ha come protagonista principale ed ospite d’eccezione la pala con la Vocazione di Pietro e Andrea, proveniente dalla chiesa di San Pietro apostolo di Modena. L’opera resterà in visione nella Pinacoteca Tosio Martinengo dal prossimo 21 giugno fino all’8 ottobre 2006.
Accanto ad essa, nel salone della Pinacoteca bresciana sono presentate la pala di San Domenico (La Vergine incoronata dalla Trinità con San Domenico e altri santi), risalente al 1545-1548 circa, e la cosiddetta pala Avogadro (San Paolo fra i santi Girolamo, Giovanni Battista, Maddalena, Caterina e angeli), databile al 1549-1550.
Opere, queste, determinanti per documentare il percorso pittorico degli ultimi anni di attività del Romanino, tuttora difficili da comprendere a pieno per la critica.
Nella pala di San Domenico, così denominata perché originariamente decorava l’altare maggiore dell’omonima chiesa bresciana, si coglie la forte volontà di sperimentazione espressa dell’artista, che individua nella figura di San Domenico il fulcro di una composizione monumentale, dove meditazione, pietà, raccoglimento esprimono i diversi aspetti della religiosità del tempo.
Nella pala Avogadro, che prende il nome dall’omonima cappella della chiesa di San Giuseppe a Brescia in cui fu originariamente custodita, la rigida simmetria delle figure tradisce il momento di crisi attraversato dal Romanino, contribuendo a meglio focalizzare dal punto di vista critico ed umano l’intera produzione del maestro.
Sempre a Brescia si ritrova la più significativa testimonianza dell’attività tarda dell’artista, custodita fra i saloni di casa Bargnani, oggi Palazzo Lechi, in corso Magenta, dove si conservano gli affreschi eseguiti dal Romanino, probabilmente in collaborazione con Lattanzio Gambara. Una figura, quest’ultima, che certo non mancò stimolare, con il suo apporto classicistico, l’estro artistico dell’antiaccademico ed anticlassico Romanino. La partecipazione del giovane allievo è evidente anche nelle decorazioni che Romanino realizzò a fresco per gli ambienti di Palazzo Averoldi, in via Moretto, testimonianza fra le più significative della stagione manieristica di tema profano nell’Italia settentrionale.

Temi giocosi e miti dell’antichità vengono resi con scioltezza di pennello e la ricerca di raffinati effetti plastici, fra baccanali, scene mitologiche, favole antiche che inseguono raffigurazioni di mesi e stagioni, talvolta frammentari ma determinanti per comprendere la poetica irriverente e insieme raffinata dell’ultimo Romanino, densa di ironia e di sottili notazioni psicologiche, e assolutamente refrattaria alla pedanteria di maniera.

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