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20 giugno 2006

The Dark Side of …Rock’n’Roll

“It’s only rock’n’roll… but i like it”, dicevano gli Stones.
Beh, la sera del 16 giugno, allo stadio Olimpico di Roma, non era solo rock: c

“It’s only rock’n’roll… but i like it”, dicevano gli Stones.
Beh, la sera del 16 giugno, allo stadio Olimpico di Roma, non era solo rock: c’era Mr. Roger Waters, che ha intrattenuto il pubblico romano con alcuni dei maggiori successi che la musica popolare abbia mai conosciuto.
Sto esagerando?
Non sto esagerando, datemi retta.
Il merito del chitarrista mancato dei Pink Floyd (“fregato” prima dall’estro di Syd Barrett, poi dalla tecnica di David Gilmour), e dei suoi compagni di avventura, è stato senz’altro quello di aver innalzato il “livello” della musica giovanile.
A differenza dei Beatles ed ancor più dei Rolling Stones, Waters & Co. non si sono accontentati di scrivere canzoni di successo, e, nonostante le solite leggende metropolitane, non hanno mai rincorso l’ideale del “soldo facile”.

Basti pensare ad album come ”Atom Heart Mother”, “Meddle” o come lo stesso, meraviglioso, “The Wall”… nulla di semplice, nulla di immediato, ben poche concessioni alle radio, due o tre singoli, o poco più…

Per questo, oltre che per l’insano attaccamento che ho per tutte le “leggende” ancora viventi della musica rock, sono accorso al concerto di venerdì sera.

Eccovi il resoconto della serata, che, come da copione, è trascorsa all’insegna di una musica ad altissimo livello, suonata da strumentisti degni di tale nome e con una scenografia all’altezza di colui che negli anni ’60 fu uno degli inventori del “light show”.

Primo tempo: alle 21,30 in punto, entra in scena Roger, accompagnato dai musicisti e dalle coriste.

“Eins, zwei, drei, vier” urla al microfono, con la solita voce sguaiata da teppistello di periferia, e comincia lo show, sulle celebri note di “In the flesh”, dal masterpiece del 1979 (“The Wall”, nda).

Per un’ora abbondante, Roger, accompagnandosi ora con il basso ora con la chitarra folk, delizia i presenti con un “best of” della sua produzione, miscelando sapientemente brani storici dei Floyd a canzoni del suo repertorio solista.

Ci siamo lasciati cullare dalle note di “Mother”, abbiamo urlato al cielo “Shine on you crazy diamond”, abbiamo sognato aggrappati all’assolo di “Wish you were here” per poi tornare a battere le mani al ritmo di “Have a cigar”.
Secondo tempo: il “genio creativo dei Pink Floyd” (come è stato reclamizzato sulle locandine e sulle t-shirt dell’evento) ha riproposto niente meno che la versione integrale di “The Dark Side of the Moon”, uno degli album più influenti nella storia del rock, psichedelico e progressivo, classico e futurista, acustico ed elettronico, più di 15 milioni di copie vendute, pubblicato il 24 marzo del 1973 e rimasto nelle classifiche internazionali per oltre 760 settimane.

Inutile nascondere che noi tutti eravamo lì per ripetere quel “viaggio”; e Roger, da buon capitano, non ha fallito la sua missione, accompagnandoci ancora una volta per mano sulla faccia scura della luna, che dall’alto –potrei giurarlo- ci ha sorriso benevola.
Ed al termine di questo incredibile viaggio psichedelico, un richiestissimo bis, durante il quale Waters ha presentato la band ed ha cantato ancora alcuni dei brani per cui i Pink Floyd saranno sempre ricordati dalle generazioni presenti e future.

Sto parlando di un paio di medleys da lasciarci le tonsille: “The happiest days of our life/Another brick in the wall – Pt. 2” e, per concludere, “Vera/Bring the boys back home/Comfortably numb”.
Grande serata, grande musica, grande artista!!!

Solo un’ultima notazione: il buon Roger, nonostante sia nato ormai 62 anni fa, a differenza di molti dei suoi colleghi, non ha per nulla dimenticato l’impegno sociale e l’anti-militarismo di cui ha sempre fatto professione nel corso della sua carriera artistica.

Ed anche stavolta non ha mancato l’occasione di mostrare ai presenti le brutte facce di chi vuole ancora la guerra nel mondo e di urlare insieme a noi tutti “BRING THE BOYS BACK HOME!!!”

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