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6 giugno 2006

W. Axl Rose chiude il Gods of Metal

Ve lo dirò subito: chi scrive queste righe è un fan di vecchia data di Mr. William Axl Rose e della sua band, i Guns‘n’Roses.
Non aVe lo dirò subito: chi scrive queste righe è un fan di vecchia data di Mr. William Axl Rose e della sua band, i Guns‘n’Roses.
Non aspettatevi nulla di obiettivo quindi; fate conto che, per una volta, abbiate dato ascolto all’insensato delirio di un folle.
Un maledetto folle, sì, perchè, a pensarci bene, solo un maledetto folle potrebbe spendere la bellezza di quasi 60 Euro per andarsi a rinchiudere all’Idroscalo di Milano, dalle 9,00 di mattina, sotto il sole di giugno, attendendo con la bava alla bocca la venuta di un tizio che non pubblica una canzone da quasi 15 anni e che non si presenta su un palco italiano da più di tredici (era il 1993…).
Eppure, posso giurare di aver visto diverse migliaia di altri folli come me, uomini e donne di tutte le età, rimanere lì fino a notte fonda, in mezzo alla polvere ed al terriccio, sommersi dai rifiuti che solo un festival rock può generare; tutti lì, stanchi morti, ma ancora per lo più in piedi, storditi dal sonno dai decibel e dalle birre, ma con gli occhi ancora aperti e tesi in direzione del palco, dove, nel corso di questa massacrante rassegna si sono date il cambio alcune delle maggiori star della musica “estrema” internazionale.
I pochi fortunati (o meglio, impavidi) che sono riusciti ad entrare nel “pit”, predisposto come il giorno prima ai piedi del palco, sono rimasti per delle ore lì davanti alle transenne, per non perdere quel posto, per essere faccia a faccia con il mito…
Eh, già… con il mito…
Il 4 giugno, signori, si è celebrato uno di quelli che i mass media amano chiamare “eventi”.
Non un semplice concerto rock… no, non soltanto.
Nemmeno il ritorno dei Guns‘n’Roses… non prendiamoci in giro: Steven probabilmente non si ricorda neanche più di averne fatto parte; Izzy suona ormai da anni per conto suo; Slash, Duff e Matt, che, dopo esperienze più o meno fortunate, sono riusciti a mettere in piedi, con la complicità di Scott Weiland (ex Stone Temple Pilots), un grande gruppo di rock’n’roll, sono pronti a giurare che non si sentono da anni, neppure per telefono, con l’amato-odiato compagno dei tempi andati…
Domenica inoltre era la giornata del Gods of Metal (che quest’anno in occasione del suo decennale è durato 4 giorni, anziché i soliti 2), dedicata al “Nu Metal”: ora, ditemi che c’entrano i pezzi dei “Gunners” con i Korn, i Deftones o gli stessi Alice in Chains (che pure loro, a voler essere precisi…).
La mia interpretazione è la seguente: il 4 giugno, intesa come quarta giornata della lunga maratona sonora, è terminata con l’ottima esibizione di Korn (tra l’altro una piacevolissima rivelazione, per il sottoscritto); quello che doveva accadere dopo, era qualcosa che andava ben oltre il concerto, oltre le scalette, oltre ai dischi venduti o ai generi musicali… era qualcosa su cui nessuno, fino alla fine, avrebbe potuto garantire nulla di certo: era, per l’appunto, il mito…
L’ultimo grande mito del rock, l’ultimo degno erede della sensualità di Mick Jagger, della sfrontatezza di Steven Tyler, del cinismo di Johnny Rotten… ancora vivo, ancora su un palco, ancora con il microfono in mano…
Quando, alle 22,50 circa, Mr. William Axl Rose, circondato dalla sua novella corte di ottimi quanto sconosciuti musicisti, è finalmente salito sul palco dell’Idroscalo di Milano; quando ha aperto la bocca per uno dei suoi soliti improperi, con cui ha salutato i presenti; quando sulle note, sporche e selvagge, di “Welcome to the jungle”, ha cominciato a muovere il corpo, un po’ appesantito dagli anni (44, per la cronaca), proprio come faceva un tempo… beh, allora, per noi tutti, maledetti folli o meravigliosi sapienti che dir si voglia, è stato chiaro il motivo che ci aveva fatto arrivare fin lì: il mito…
E non si può certo chiedere a nessuno di essere obiettivo, quando hai a che fare con uno dei tuoi miti!!!

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