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Il Buono, il Brutto e …il fuori sede

11 Luglio 2006
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27/09/2021

La riforma universitaria, in vigore dal 2001/2002, ha introdotto una didattica diversa, articolata in lauree triennali, lauree specialistiche (b La riforma universitaria, in vigore dal 2001/2002, ha introdotto una didattica diversa, articolata in lauree triennali, lauree specialistiche (biennali), Master di I e II livello.



L’obiettivo di questo cambiamento è diversificare le opportunità formative e imperniare il concetto di lavoro già dopo la laurea triennale, proseguendo gli studi attraverso altre forme di attività.
Chi ha conseguito la laurea triennale ed ha deciso in un primo momento di lavorare, può rientrare successivamente nel ciclo dell’istruzione universitaria per allargare le proprie competenze professionali.
Pertanto le suddette citazioni, tratte dal decreto DM 3 novembre 1999 n. 509, lascerebbero intendere la volontà di avviare una normativa di ateneo più flessibile che permetta allo studente di avere sbocchi lavorativi, già dall’età di 21-22 anni e, al tempo stesso, iniziare a guadagnare facendo esperienze lavorative.
Tuttavia, con il passare degli anni accademici, è facile rendersi che tale riforma farebbe “acqua” da più parti e che abbia sortito effetti contrari.
Tra gli obiettivi preposti falliti, quello di abbreviare i tempi di conseguimento del titolo universitario. Infatti alcune statistiche effettuate su un campione di studenti dell’Università di Udine, hanno registrato una percentuale maggiore di laureati triennali rispetto a quelli derivanti dal vecchio ordinamento, ma con voti più bassi e con età media di 23,7 anni, quindi fuori corso. Se a ciò si aggiunge, il tempo che eventualmente sarà perso per essere ammessi al biennio specialistico, ovviamente a numero chiuso, gli anni sabbatici aumentano ulteriormente.
Inoltre, molti studenti decidono di lavorare e studiare, magari frequentando lauree specialistiche in altre città, in quanto non tutti gli atenei hanno provveduto ad attivarle. A complicare ulteriormente le cose, oltre agli impedimenti logistici ed economici, ci si mette l’obbligo di frequenza, ancora una volta in contraddizione con quanto recitato dal decreto 509 vista l’incompatibilità con il lavoro, e gli appelli riservati ai soli studenti frequentanti. Quindi il fuori sede, dopo tutto, non solo deve adeguarsi ai secondi appelli ma non è raro che è anche costretto a sostenere prove sia scritte che orali, rispetto a quelle solo scritte o orali sostenute dai colleghi frequentanti i corsi. Naturalmente non c’è nessuna normativa che vige sulle metodologie didattiche, specie le modalità di esame e di conseguenza agli studenti fuori sede, non resta altra scelta che accettare passivamente le conseguenze del nuovo ordinamento, arrancando per il conseguimento della agognata laurea magistrale, magari dopo “sette” anni di studio…matto e disperatissimo!

© Riproduzione Riservata
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