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Vivere di fame

13 Luglio 2006

Lei è una ragazza brillante.

Laurea con lode. Lavoratrice indefessa in un Centro di Ricerca.
Molto ammirata, molto corteggiata. Vestita s

Lei è una ragazza brillante. Laurea con lode. Lavoratrice indefessa in un Centro di Ricerca.
Molto ammirata, molto corteggiata. Vestita sempre all’ultima moda, griffata dalla testa ai piedi. Viene da una famiglia molto benestante.
Porta la taglia 38.
Guardarla mangiare è una sofferenza. Non nasconde mai di aver fame ma non può mangiare: vuole essere ossessivamente magra, come la velina che piace tanto al suo ragazzo. Non si piace e si vede sempre più grassa. Si riempie di verdure e soltanto eccezionalmente si concede uno yogurt.
Di primo mattino inghiotte pilloline e pillolette di fibre per non sentire i morsi della fame che attanagliano il suo stomaco già alla pausa caffè. E quando li avverte, li ignora. Resistere, resistere, resistere!
Non ha più il ciclo, ma non importa perché deve ancora perdere qualche chilo.
Propina valori spropositati ai dietologi affinché le prescrivano nuove diete per farle smaltire altro “grasso”.
Per il suo ragazzo è tutto normale: le solite fisime da donne.
Per i suoi genitori è esagerata ma, amore di mamma e papà, lavora talmente tanto che perché non accontentarla?
Così le pagano tutti i conti in quanto con il suo solo stipendio Lei non sarebbe in grado.
I Mass Media sono esenti da colpe? Non sono forse loro a influenzare certi nostri comportamenti alimentari?
È ovvio che Lei abbia un disagio interiore: quello di non sentirsi mai all’altezza. Nelle dimensioni del nostro corpo si agitano i più profondi e i più primitivi problemi dell’anima. Questioni banalizzate, dolori frivoli, spesso liquidati da un’esortazione inutile o da un sorriso benevolo. Così la posta in gioco non è più dimagrire o riconciliarsi con il cibo bensì Esistere. Il cibo da soddisfazione alimentare si trasforma in una prova d’esistenza. Eppure se il fashion Business imponesse la taglia 42 alle sue modelle, verrebbe creato un termine di paragone più “umano”.
Negli anni 50/60 tutte volevano assomigliare a Marilyn (a quei tempi il must erano le attrici hollywoodiane) in tal modo le donne si ossigenavano però non morivano di fame!
Il primo anello della catena del circuito oggi sono gli stilisti: su una gruccetta tutti gli abiti sono belli.
Un bravo stilista, tuttavia, deve far brillare ciò che perfetto non è.
È questo il vero valore di un abito.

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