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6 agosto 2006

L’ora di teatro

Sono luci molto speciali quelle che si accendono ogni settimana sul palcoscenico del carcere di Rebibbia, situato nel nuovo complesso e dedicato a PiSono luci molto speciali quelle che si accendono ogni settimana sul palcoscenico del carcere di Rebibbia, situato nel nuovo complesso e dedicato a Piero Angelosa, un educatore molto amato che è da poco scomparso.
E’ qui che i detenuti si incontrano mediamente due volte a settimana, quando possono ma soprattutto quando vogliono ed, a gruppi di 20-25, improvvisano spettacoli, declamano poesie, dialoghi e talvolta monologhi che li aiutano a rappresentare i loro sentimenti, le loro amarezze così come le loro speranze che forse per la prima volta trovano uno spazio dove poter essere espresse attraverso il corpo, la voce ed i gesti.
L’ attività teatrale è una delle tante iniziative a favore dei detenuti ed è, da qualche anno, nelle linee generali del protocollo d’intesa tra il Ministero della Giustizia ed il Ministero dei Beni e le Attività Culturali che ne riconosce i molteplici aspetti positivi fra i quali emergono la funzione socializzante, la possibilità di sperimentare nuove modalità comunicative ed entrare in contatto con persone dalle diverse esperienze aventi in comune uno stesso percorso.
Affinché la detenzione costituisca un momento propedeutico ad un reinserimento nella società questi progetti prevedono l’utilizzo di teatri presenti sul territorio al fine di riattivare un dialogo positivo con l’esterno e dimostrare che anche da chi è considerato al margine possa scaturire qualcosa di creativo e costruttivo, che faccia intravedere del buono se per un istante il pubblico, ovvero la società, è disposto a fermarsi ed andare oltre i limiti della parola “tabù”. Sono in molti tra operatori culturali, volontari ed educatori ad occuparsi delle attività ricreative all’interno del carcere.
L’Associazione Papillon opera dal 1996 quando alcuni detenuti fra i quali Vittorio Antonini, attuale Vice Presidente, hanno deciso di creare una biblioteca all’interno del carcere forti della convinzione che la diffusione della cultura nella realtà detentiva sia un fondamentale anello del processo rieducativo che dovrebbe essere alla base della permanenza in prigione nonchè del formarsi del necessario spirito critico e consapevolezza affinché, una volta fuori dalle mura, gli ex detenuti non vedano nel tornare a delinquere l’unico orizzonte possibile.
Molteplici le attività organizzate dall’associazione fra le quali corsi di fotografia, pittura, videogiornalismo, scrittura e la realizzazione di opere teatrali. Proprio da uno di questi laboratori è uscita nel 2004 “Radio Bugliolo” una commedia scritta da Salvatore Ferraro, ex detenuto, e diretta da Michele La Ginestra. Interpretata da quattordici artisti, undici dei quali detenuti ed ex detenuti, è la descrizione in chiave ironica della dura vita in carcere accompagnata dalle note di “Presi per caso” il CD della colonna sonora composta da 8 divertentissime canzoni cantate dalle loro bellissime ed intonatissime voci.
Rappresentato al Palladium a Dicembre 2004 si è trattato di uno dei rari casi in cui, a Roma, uno spettacolo abbia superato i confini angusti delle mura carcerarie cosa che, sottolinea Vittorio Antonini, avviene con una certa frequenza in altre città italiane soprattutto del nord.
Ma in che modo il teatro aiuta il detenuto? Lo abbiamo chiesto a Don Roberto Guernieri, da sempre impegnato nella lotta contro il disagio sociale è, dal 1993, il cappellano del nuovo complesso di Rebibbia ed insieme a Don Sandro Spriano sostiene e segue i detenuti nel difficile percorso di crescita spirituale ed umana.

Don Roberto, perché il teatro è importante?
Perché è un modo che il detenuto trova per dialogare con se stesso, mettersi umilmente in discussione, rileggere la propria vita alla luce degli errori commessi ma anche acquisire consapevolezza delle proprie potenzialità, magari fino ad allora inespresse.

Ha mai organizzato spettacoli?
L’organizzazione che li coinvolge come attori è nelle mani di esperti del settore come nel caso del “Giardino dei ciliegi” un laboratorio seguito dal regista Candido Coppetelli, oppure si formano in gruppi autogestiti, in questo momento c’è un gruppo di detenuti napoletani che vorrebbero rappresentare “Scugnizzi”.
Come spettatori i detenuti sono un pubblico molto difficile perché se uno spettacolo non gli piace se ne vanno. Quando invito qualcuno cerco di portare momenti di gioia e messaggi di speranza che arrivino dritti ai loro cuori. A Natale ho fatto venire un coro di bambini, sono rimasti dall’inizio alla fine ad ascoltarli senza muoversi.

Cosa si può fare per aiutare gli ex detenuti a reinserirsi?
Si può intervenire su due fronti, dall’interno favorendo un lavoro di confronto e verifica tra detenuti ed operatori socio-culturali e dall’esterno adottando delle politiche che sostengano un loro reinserimento nel mondo del lavoro fattore che incide notevolmente sulla loro reintegrazione e che risulta essere un terreno difficile a causa dei pregiudizi che accompagnano gli ex ospiti di una struttura detentiva.

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