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3 agosto 2006

Università italiane: una questione d’elite?

Riuscire a frequentare un corso di laurea in un Ateneo italiano tra qualche anno potrebbe diventare impresa ardua, solo per una elite, solo per po

Riuscire a frequentare un corso di laurea in un Ateneo italiano tra qualche anno potrebbe diventare impresa ardua, solo per una elite, solo per pochi studenti. Tutta colpa del ‘numero programmato’, vale a dire del tetto massimo alle nuove iscrizioni che la maggior parte delle Università sta predisponendo per garantire efficienza e qualità alla propria offerta didattica. Una scelta, quella di porre uno sbarramento all’immissione di nuove matricole introdotta dal Ministero dell’Università con una legge del 1999, che ormai sta contagiando quasi tutte le università italiane, visto che negli ultimi cinque anni i corsi che prevedevano una test selettivo prima dell’iscrizione sono cresciuti del 330%, passando dai 242 del 2001 ai 1060 del 2006: una crescita a dir poco esponenziale che se da un lato mette in evidenza come l’Università italiana stia cercando di mettersi alla pari con il resto d’Europa, dall’altro potrebbe mettere in seria discussione uno dei pilastri del diritto allo studio sancito dalla nostra Costituzione, quello del libero accesso al sapere.
I numeri parlano chiaro: secondo le statistiche fornite dal Ministero dell’Università, lo scorso anno su un totale di 3100 corsi di laurea in tutte le Università italiane, quelli a numero programmato hanno toccato quota 1060, di questi ben 578 riguardavano corsi di laurea di primo livello. La consistenza del fenomeno si evince anche da altri numeri: solo nel biennio che va dal 2004 al 2006 i corsi di laurea triennali a numero programmato a livello locale (esclusi quelli in Architettura, Scienze della Formazione, Veterinaria, Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Professioni Sanitarie per le quali è lo stesso Ministero con un decreto ad individuare ogni anno il numero massimo di matricole) sarebbero passati da 352 a 578 con un aumento rispetto a due anni prima del 64%.
Se fino a qualche tempo fa quello di mettere un limite alle iscrizioni era una caratteristica quasi esclusiva degli istituti privati e più prestigiosi, oggi chiudere le porte dei propri corsi per molti Atenei è diventata una scelta obbligata: da qualche anno infatti tutte le Università devono fare i conti con i ‘requisiti minimi’, che impongono ad ogni Ateneo il rispetto di precisi standard di qualità in base a precise proporzioni tra il numero dei docenti e quello degli studenti, la disponibilità delle aule, l’adeguatezza dei laboratori ed altro ancora. Tutte variabili che in sede di valutazione definiscono la ripartizione dei fondi ministeriali: chi non rispetta i criteri di qualità rischia l’esclusione dai finanziamenti statali.

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