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9 ottobre 2006

Babele universitaria

Il mondo è una babele di lingue, ognuna pronta a rivendicare il proprio posto al sole evitando di scomparire sotto l’incessante processo di

Il mondo è una babele di lingue, ognuna pronta a rivendicare il proprio posto al sole evitando di scomparire sotto l’incessante processo di globalizzazione, soprattutto linguistica. Sappiamo bene quanto la lingua inglese sia predominante nelle abitudini comunicative di tutti noi, almeno se vogliamo avere la chance di cavarcela al di fuori dei nostri confini nazionali. Tuttavia non è bene fare delle certezze radicate una regola: non a caso, infatti, David Graddol, professore del dipartimento di lingue della Open University, nel rapporto “The Future of English” sostiene che la lingua inglese, nonostante entro il 2015 metà del pianeta sarà in grado di parlarla, rischi seriamente di essere sopraffatta da altri idiomi in ascesa. Un esempio? Dal 2000 al 2005 la percentuale che parla il cinese è passata dal 5 al 13%; per non parlare delle lingue di quei Paesi in forte espansione demografica come l’India. Basti pensare, inoltre, come nel mondo dell’informazione prima dominavano incontrastate CNN e BBC, mentre oggi assistiamo alla continua ascesa dei network di Al Jazeera e Al Arabiya (in lingua araba), nonché di Telesur che in lingua spagnola informa l’intera America Latina. Anche per questo tante università, comprese quelle italiane, hanno sentito la necessità di proporre ai propri allievi corsi di laurea volti all’insegnamento di tutte queste lingue in via di sviluppo. E la risposta degli studenti non si è fatta attendere. L’Orientale di Napoli, ad esempio, ha un comparto linguistico che supera le 70 lingue, con l’arabo e il cinese capaci di toccare picchi di 350 iscritti per corso. All’università La Sapienza di Roma, invece, nella facoltà di studi orientali, nata nel 2001, gli iscritti ai corsi di cinese raggiungono addirittura quota 700. Per non parlare della Ca’ Foscari di Venezia, capace di offrire fino a 15 corsi di lingue, con prestigiosi contatti anche con atenei d’oltreoceano come l’Istituto di studi asiatici di Harvard. Insomma, parlare una sola lingua non conviene proprio più a nessuno. Non vi pare?

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