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4 ottobre 2006

Quale valore per la laurea?

Capita a volte di sentir parlare del valore legale attribuito alla laurea qui in Italia. Cosa vuol dire? Vuol dire che i titoli conseguiti al term

Capita a volte di sentir parlare del valore legale attribuito alla laurea qui in Italia. Cosa vuol dire? Vuol dire che i titoli conseguiti al termine dei corsi di studio dello stesso livello, appartenenti alla stessa classe, hanno identico valore, senza differenza alcuna tra chi dovesse divenire dottore presso “La Sapienza” di Roma e chi, al contrario, presso qualche università di periferia, sperduta chissà dove, pronta magari ad elargire diplomi di laurea in cambio di laute tasse di frequenza. La disputa tra abolizionisti e non (del valore legale della laurea) è ormai aperta da parecchi anni, soprattutto alla luce delle esperienze accademiche americana e inglese. Negli Stati Uniti, infatti, tutto si basa sulla competizione tra le istituzioni formative ai diversi livelli, affidando il giudizio finale al mercato e non allo Stato. Basti ricordare, ad esempio, tra le frequenti accuse fatte dagli abolizionisti, la proliferazione, qui in Italia, degli atenei senza alcun legame con l’effettiva qualità del servizio fornito; l’assenza di una proficua competizione fra una sede universitaria e l’altra; l’indifferenza dei corsi accademici nei confronti della realtà economica esterna. Come sbrogliare, dunque, questa “matassa accademica” in salsa italiana? Secondo Giunio Luzzatto, docente di Analisi Matematica alla facoltà di Scienze dell’Università di Genova, “la laurea è solo la condizione necessaria (e non sufficiente) per partecipare ad alcune selezioni concorsuali nel pubblico impiego, nonché, nei casi delle professioni regolamentate, per accedere alla procedure di ammissione ai relativi albi” (www.lavoce.info, 18-09-2006). A suo modo di vedere, quindi, il titolo di laurea non è il solo parametro di giudizio volto alla designazione dei vincitori dei singoli concorsi, bensì sarebbero considerati anche i risultati conseguiti nelle aree di studio relative alle competenze richieste, compreso il tempo impiegato per laurearsi. “La selezione, dunque”, scrive il professor Luzzatto, “è sempre determinata da un mix tra (a) valutazione degli studi e (b) prove specifiche (elaborati scritti, test, colloqui, stage). La cancellazione del valore legale significherebbe che chiunque può presentarsi”. Così nel pubblico impiego, sottolinea il professore, si “è consentito che nei concorsi interni il titolo di studio fosse sostituito da anzianità di servizio”, a discapito delle giovani leve. Ma in campo rimane ancora l’incertezza di un’università, come quella italiana, a secco di concorrenza e meritocrazia, a favore delle quali l’abolizione del valore legale del titolo di studio non potrebbe che fare bene. Giunio Luzzatto, tuttavia, invita a vagliare anche la possibilità di incentivare una maggiore pubblicità relativa agli esiti conseguiti dai laureati delle diverse sedi: se “tutti sapessero quali sono i risultati raggiunti dai laureati dell’ateneo A o dell’ateneo B, della classe di laurea X o di quella Y, si avrebbe uno stimolo non solo alla competitività, ma anche a un migliore orientamento dei giovani”. Insomma, il dibattito resta aperto.

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