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24 dicembre 2010

La rinascita del movimento studentesco

Un nuovo movimento dilaga tra le strade delle città italiane: si respira disillusione, ma anche voglia di cambiare. Questi novelli sessantottini riusciranno nel loro intento?« Sono l’Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti in uno stile d’oro dove danza
il languore del sole . »

Così scriveva Paul Verlaine alle soglie del ‘900, quando in Europa si respirava per una lunga serie di motivi un’aria di decadenza assoluta.

Oggi invece siamo alle soglie del 2011: nel frattempo abbiamo assistito a due conflitti mondiali, a due crisi economiche anch’esse di carattere mondiale, ad una guerra fredda, a tante cose belle ma anche a tante, tantissime altre orribili. E si respira nell’aria ancora quel languore e quel senso di decadenza che angustiava il buon vecchio Verlaine.

Ciò deriva da una molteplicità di fattori: crisi economica, senso di precarietà sempre più diffuso, la consapevolezza di vivere in una società che non consente di valorizzare i nostri talenti, una classe politica che anziché concepire la politica come missione ne fa un mezzo di arricchimento, ecc.

Però ultimamente assistiamo ad una novità: infatti in questi giorni i giovani sembrano essersi risvegliati: stanchi di essere le marionette di giochi più grandi di loro, stufi che si agisca pesantemente sul loro futuro senza che essi vengano interpellati, con la paura di essere privati del tutto di ciò che rimane ancora loro, ovvero l’università, il luogo dove possono esprimere le loro idee e dar vita ai loro progetti, gli studenti di tutta Italia sono scesi in piazza, bloccando le città e urlando il loro sdegno contro l’attuale governo e contro tutta un’elite politica in cui ormai non si riconoscono più.

E così nelle nostre città siamo ritornati a respirare aria da Sessantotto, o almeno così ci sembra: in realtà i due movimenti sono estremamente diversi.

E’ vero, entrambi le correnti sono nate come figlie di un diffuso malessere sociale e come critica ad un sistema che sfrutta, prende e non da: ma nello spirito un giovane del ’68 e un giovane del 2010 sono estremamente diversi: il primo era estremamente ideologizzato, a differenza del secondo (è inutile negarlo: le ideologie sono ormai morte e sepolte; se ciò sia un bene o un male è estremamente difficile dirlo): il sessantottino credeva veramente nel cambiamento, in una società più giusta: il manifestante del 2010 protesta perché non ne può più di lasciar scivolare su di lui l’azione di uomini inadeguati che decidono del suo futuro, ma sa che difficilmente cambierà qualcosa, anche se si illude e afferma di manifestare per salvare il suo domani. Nel ’68 si respirava speranza, voglia di cambiamento: nel 2010 disillusione. Stiamo diventando tutti dei Verlaine insomma.

Ma è possibile un cambiamento, o davvero dovremmo basare la nostra vita sulla disillusione? I giovani hanno mostrato tutta la loro forza in questi giorni, manifestando il loro dissenso e arrivando a bloccare le città per far sentire la propria voce: è vero, la famigerata “Riforma Gelmini” è passata, e almeno al momento non si intravedono sbocchi di cambiamento, perché ormai non esistono più una Destra e una Sinistra, ma due poli moderati che alla fine sono due facce della stessa medaglia, ma una cosa è certa: la nostra classe politica teme il movimento studentesco.

La dimostrazione sta nelle città blindate, negli attacchi continui delle “televisioni di regime” nei confronti delle proteste, nelle cadute di stile che si intravedono nelle dichiarazioni di molti uomini politici (chiaro segnale del fatto che chi ci governa non sa come comportarsi e quindi non può far altro che abbandonarsi a dichiarazioni circa la volontà di azioni repressive tipiche di uno stato di polizia, vedi dichiarazioni di Gasparri).

Insomma, è ora di finirla di piangersi addosso: è ora di finirla con quest’aria da “fine dell’impero”: bisogna demolire quel retaggio culturale tutto italiano secondo cui i cambiamenti vengono solo dall’alto: il futuro sono questi giovani stanchi di un mondo che li vuole servili e ignoranti: se alla stanchezza sapranno unire speranza, voglia di cambiamento, e se sapranno trasformare queste aspirazioni e queste speranze in programmi concreti e ben organizzati (non cadendo quindi nell’errore dei predecessori sessantottini) allora questa “Onda Anomala” (che sta percorrendo non solo l’Italia ma l’intera Europa) potrà veramente contribuire a portare dei grandi cambiamenti nel mondo.

Alberto De Luca

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