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5 giugno 2012

Palermo e Mafia: incontro col magistrato Ingroia

Poco prima dell’inizio del convegno “L’Italia e le mafie”, che si è tenuto lo scorso 30 maggio presso l’Università degli Studi di Salerno, e che ha visto la partecipazione di numerosi esponenti del mondo politico, giuridico ed accademico, il magistrato Antonio Ingroia ha incontrato alcuni ragazzi della facoltà di Giurisprudenza.

Ingroia è un magistrato palermitano, ha cominciato la sua carriera nel pool di Falcone e Borsellino, e proprio quest’ultimo l’aveva voluto fortemente al suo fianco. Negli anni è diventato un importante Pubblico Ministero Antimafia, conducendo procedimenti molto delicati sui rapporti tra mafia ed il mondo della politica e dell’economia.

L’incontro con gli studenti, breve, ma estremamente interessante, è stata l’occasione per ripercorrere alcuni dei momenti più importanti della carriera di Ingroia, ma anche per parlare del suo nuovo libro intitolato semplicemente “Palermo”, una città ricca di contraddizioni, sempre sospesa tra la tragedia e la speranza, tra l’eroismo e la viltà.

Il magistrato Ingroia parla del ruolo fondamentale che ha avuto il consenso della gente nella lotta alla mafia; infatti, gli omicidi che si ebbero all’inizio degli anni ’80, ed in particolare l’omicidio del politico La Torre nell’aprile del 1982, e del generale Dalla Chiesa nel settembre dello stesso anno, furono seguiti da una reazione di sdegno da parte della gente, ed in risposta ad essa, lo Stato riuscì ad introdurre in meno di un mese l’articolo 416 bis all’interno del Codice Penale, che disciplina la fattispecie di reato di “Associazione per delinquere di tipo mafioso”.

In questo modo, si cerca dare una definizione del concetto di mafia, e la forza intimidatrice del vincolo associativo è lo strumento che si deve utilizzare per qualificare come mafiosa un’associazione. Nelle parole di Ingroia non si può non avvertire una traccia che riporti alla memoria dei suoi maestri, Falcone e Borsellino; furono loro, insieme al magistrato Antonio Caponnetto, che inventarono il Pool Antimafia, ossia un gruppo di magistrati che si occupa della stessa indagine, in modo tale che si possa creare un vero e proprio principio della circolazione delle informazioni, che oltre a migliorare il lavoro di squadra su un’indagine, permette anche di distribuire, in uguale misura, i rischi ad essa connessi.

Ingroia ha anche  ricordato un’espressione di Giovanni Falcone, “sempre la stessa indagine, sempre lo stesso processo”, e grazie a questo modo di concepire le indagini svolte da più magistrati, nel 1991 viene creata la Direzione Distrettuale Antimafia e la Direzione Nazionale Antimafia.

Chiusura del dibattito dedicata a temi molto scottanti, il concorso esterno in associazione mafiosa, nato dalla prassi giurisprudenziale, e fattispecie fondamentale per punire la contiguità mafiosa di imprenditori, politici e liberi professionisti, ed i collaboratori di giustizia che forniscono allo Stato importanti informazioni (la cui attendibilità è da verificare) provenienti dall’interno dell’organizzazione criminale, in cambio di una parziale rinuncia all’esercizio della postestà punitiva da parte dello Stato.

Antonio Ingroia, accusato pochi mesi fa di fare politica, a causa della partecipazione ad un convegno del Partito dei Comunisti Italiani, ha dimostrato che la sua importante storia di magistrato non è frutto della casualità, bensì della grande passione e competenza che mette nel suo lavoro, e proprio per questo sarebbe opportuno che evitasse di prendere parte a convegni di questo o di quel partito, altrimenti si darebbe solo adito a chi accusa di politicizzazione una parte della magistratura.


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