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2 agosto 2012

Dire “non hai le palle” fa scattare il reato di ingiuria

Colui che,  in un’accesa discussione, rivolge all’altra persona  la frase “non hai le palle”, non ha diritto all’assoluzione. Per la Corte di Cassazione, tale frase determina il reato di ingiuria, in quanto mette in dubbio non tanto la virilità dell’avversario, quanto la sua determinazione e coerenza. Infatti,  la frase rimarca  la mancanza di carattere e personalità in un soggetto. Secondo l’articolo 594 c.p., commette il reato di ingiuria chi offende l’onore o il decoro di una persona presente, ed è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a € 516,46. Alla stessa pena è assoggettato chi commette il fatto tramite comunicazione telegrafica o telefonica, o con scritti o disegni, indirizzati alla persona offesa. La pena è della reclusione fino ad un anno o della multa fino ad euro 1.032, se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato. Le pene vanno ad aumentare qualora l’offesa sia commessa in presenza di più persone. Differente è il reato di diffamazione, definito nell’articolo 595 c.p., in quanto concerne chi offende l’altrui reputazione in assenza della persona offesa. La relativa pena è la reclusione fino ad un anno e la multa fino a € 1032,91.

Ancora diverso è il reato di calunnia (art. 368 c.p.) che si realizza nel caso in cui quando un soggetto, mediante denunzia, querela, richiesta o istanza, anche in forma anonima o con falso nome, diretta all’Autorità giudiziaria o ad altra Autorità che abbia l’obbligo di riferire all’Autorità giudiziaria, dà la colpa di un reato a una persona che egli sa essere innocente, oppure va a simulare a carico di una persona le possibili tracce di un reato. La pena in tal caso è la reclusione da due a sei anni, fatta eccezione per i casi di aggravante.

Tornando alla vicenda oggetto della  sentenza n. 30719 del 2012 emessa dalla Corte di Cassazione, l’ingiuria è avvenuta all’interno di un ufficio giudiziario e a pronunciare la frase incriminata, diretta a un avvocato, era stato un giudice di pace.

Dunque, si ha avuto a che fare con un insulto pronunciato a voce alta in un ambiente lavorativo.

Pertanto, i giudici di Piazza Cavour hanno condiviso la linea colpevolista, sottolineando, oltre alla volgarità della frase, anche l’indubbia valenza ingiuriosa della stessa.

immagine tratta da sicurezzaprivata-info.over-blog.it

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