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20 febbraio 2013

Ritrovamenti di ominidi in Eritrea – Italiani protagonisti di ritrovamenti di ominidi in Eritrea – Intervista al Prof. Coppa

Homo! Homo Sapiens, Homo Neanderthalensis, Homo Erectus, Homo Ergaster, Homo Habilis, sono solo alcuni dei nostri più famosi antenati.

Il passato dell’uomo è al centro della ricerca e dei nostri interrogativi sin dagli albori della nostra specie. La conoscenza e le spiegazioni delle nostre origini hanno avuto molti salti emancipativi, passando per tappe ineludibili quali una religiosità liturgica e naturale, la mitologia politeista, la teologia – perlopiù cristiana – e le religioni monoteiste fino ad arrivare alle attuali teorie scientifiche. Ogni tappa ha rappresentato un tentativo diverso di comprendere e spiegare la nascita del mondo e, in particolare, lo sviluppo della civiltà umana. Poi, qualcosa è cambiato.

Non più di 10 giorni fa si è celebrato in tutto il mondo il Darwin Day, per il 204° anniversario della nascita di Charles Darwin, il celebre naturalista inglese. Circa 140 anni fa, vedeva la luce una sua opera divenuta paradigmatica della biologia e della scienza tout court: “L’origine dell’uomo e la selezione sessuale”. Queste le parole conclusive: “L’uomo va scusato di sentire un certo orgoglio per essersi elevato, sebbene non per propria spinta, all’apice della scala organica; ed il fatto di essere in tal modo salito, invece di esservi stato collocato in origine, può dargli speranza per un destino ancora più elevato in un lontano avvenire […] e  dobbiamo  riconoscere,  per  quanto  mi sembra, che l’uomo con tutte le sue nobili prerogative, colla simpatia che sente per gli esseri più degradati, colla benevolenza che estende non solo agli altri uomini, ma anche verso la più umile delle creature viventi, col suo intelletto quasi divino che ha penetrato nei movimenti e nella costituzione del sistema solare – con tutte queste alte forze – l’Uomo conserva ancora nella sua corporale  impalcatura  lo  stampo  indelebile  della  sua bassa origine”. Questa volta, a differenza di quanto fatto con la più celebre “L’origine delle specie” – nel quale non vi era più che un accenno – l’argomento più ostico che le sue rivoluzionarie teorie avevano implicato era affrontato chiaramente e senza fronzoli: alla pari di tutti gli esseri viventi, anche l’uomo deriva da specie ancestrali tramite un processo lento e costante, oggi chiamato evoluzione.

Naturalmente, com’era facile prevedere, queste opere destarono grande scandalo al tempo di Darwin perché, oltre a essere fortemente controintuitive, andavano contro il sentimento religioso che preferiva una dimensione fissista per le specie e una visione cosmogonica divina e antropocentrica. Quello che stupisce, semmai, è come ancora oggi questo obsoleto orientamento sia diffuso e difeso tramite le più stravaganti teorie, siano esse dogmatiche (disegno intelligente) o pseudoscientifiche (teoria degli antichi astronauti). L’unica teoria che faticò altrettanto a sedimentarsi nell’immaginario comune fu la teoria copernicana dell’eliocentrismo. Da quando fu formulata (se non si considera la precedente versione di Aristarco, risalente addirittura nel III secolo a.c.), passarono oltre 150 anni prima che divenisse parte dell’ortodossia scientifica. A ben vedere, le due teorie hanno un sostrato comune: smentiscono definitivamente l’unicità e la centralità (anche fisica) dell’uomo, per il quale sarebbe stato creato il mondo, un baluardo di fede questo di tanto intellettualismo antropocentrico. Tuttavia, come oggi nessuno crede più che la terra sia al centro dell’universo, così è lecito sperare che tra non molto anche i più scettici possano riconoscere la genuinità della teoria evoluzionistica.

È da notare come spesso coloro che vi si oppongono non abbiano nessuna conoscenza dei suoi contenuti e che le obiezioni avanzate sono, nella maggioranza dei casi, semplicistiche, generaliste, dirette più che altro ad una caricatura della teoria darwiniana. Tra le più frequenti vi sono: “nessuno ha mai visto una scimmia diventare uomo”; “vi sono un sacco di anelli mancanti”; “non esistono prove sperimentali, è solo una teoria”; “nemmeno gli scienziati sono d’accordo su alcuni punti”. Premesso che lo stesso Darwin affrontò la maggioranza delle obiezioni che ancora oggi si propongono in modo quasi risolutivo, è evidente come costoro, siano rimasti un po’ indietro. Dai tempi del grande naturalista, sono state perfezionate tantissime parti deboli della teoria iniziale, è stata completata da teorie accessorie e sono arrivate moltissime conferme sperimentali. Per cominciare, si è aggiunta l’ereditarietà mendeliana, che ha trovato la sua collocazione naturale all’interno della teoria di sintesi contemporanea, nata all’inizio degli anni Trenta del secolo scorso, grazie a scienziati quali Ronald Fischer, J.B.S. Haldane e Sewall Wright. La scoperta del DNA nel 1953 da parte di James Watson e Francis Crick ha contribuito a chiarire altri aspetti importanti. Ma recentemente, anche dalle scienze della complessità e dell’intelligenza artificiale sono arrivate informazioni importanti circa la capacità di autorganizzazione dei sistemi complessi. Vero è che vi è ancora molto dibattito all’interno della comunità scientifica su alcuni aspetti specifici quali adattamento, selezione naturale, geni altruisti, moduli di sviluppo, interpretazioni dinamiche e statistiche. Ma questo, va detto, è proprio una delle caratteristiche che contraddistingue una teoria scientifica da una non scientifica: il dibattito degli specialisti, il fatto che non possa spiegare tutto, la presenza di punti deboli e l’incompletezza. Laddove mancano questi elementi, si tratta di teorie fornite ad hoc per ‘tappare’ in modo artificioso ogni buco e illudere i creduloni che tutto possa essere spiegato in modo semplice e lineare, magari da un’unica teoria che mette tutti d’accordo.

L’evoluzione, al contrario, non spiega tutto, ma spiega molto e, cosa non meno importante, ha ricevuto conferme da ogni dove: dalla genetica, dalla biogeografia, da statistica e matematica, dall’embriologia, dalla paleontologia, dalla geologia e chi più ne ha più ne metta. Non solo, al contrario di come spesso si afferma, è possibile osservare i suoi effetti anche in tempo reale: è quello che hanno fatto Peter e Rosemary Grant, monitorando il becco dei fringuelli di Darwin sulle isole Galapagos in periodi alluvionali e di siccità, e Richard Lenski, con uno straordinario esperimento a lungo termine che ha monitorato oltre 50.000 generazioni di Escherichia Coli. Oltre a questi, altri monitoraggi sono stati eseguiti (ricordiamo quello sulla falena Carbonaria) ed hanno sempre dato sostegno alle teorie evoluzionistiche.

Tra i vari ambiti di ricerca, paleontologia e paleoantropologia rappresentano una branca particolarmente affascinante; ci mettono in contatto con specie estinte, con realtà diversissime da quelle odierne nonché con i nostri antenati. Dalla nascita della disciplina, le scoperte di reperti fossili si sono succedute a decine, andando ben oltre la celeberrima Lucy, esemplare di Australopithecus Afarensis scoperta nel 1974.

Gli scienziati impegnati nei Ritrovamenti di ominidi e di questi preziosi documenti sono moltissimi, tra cui anche numerosi italiani. Tra questi c’è anche un team italo-eritreo guidato da Alfredo Coppa del dipartimento di Scienze ambientali della Sapienza di Roma. L’equipe è attualmente concentrato nel sito di Muhuli Amo, noto come “santuario delle amigdale”, situato nella Dancalia eritrea, una zona particolarmente ricca di reperti.

Prof. Coppa, ancora una volta l’Eritrea si mostra una terra che può parlarci del nostro passato. Il team da lei condotto si è reso protagonista recentemente di alcune importanti scoperte di Ritrovamenti di ominidi . Vuole parlarcene?

La missione da me coordinata in Eritrea, ormai per tre anni consecutivi, continua a scoprire reperti umani di Homo ergaster databili a circa 1 milione di anni fa, si tratta di una circostanza veramente eccezionale, resa ancora più significativa in quanto l’orizzonte cronologico a cui fanno riferimento i fossili da noi scoperti è rappresentato, in Africa, da un limitato numero di reperti. La quantità di reperti da noi scoperti prima a Uadi Aalad, il famoso cranio UA31 che rappresenta il reperto più completo delle tarde fasi di H. ergaster e gli atri resti associati (due denti, un osso del bacino ed una sinfisi pubica), e successivamente a Mulhuli Amo, il sito conosciuto con il suggestivo nome del “santuario delle amigdale”, rappresentano quasi la maggioranza dei reperti africani di quel periodo. A Mulhuli Amo nel 2010 abbiamo scoperto un frammento di toro frontale, oltre a dei pezzi di un frontale, assolutamente identico a quello di UA 31, nel 2011 abbiamo trovato 5 frammenti che facevano parte di un unico parietale sinistro, oltre ad un frammento di parietale destro e di un temporale sinistro, che secondo noi appartengono allo stesso individuo del parietale completo, ma probabilmente non a quello del frontale trovato l’anno precedente, ed infine un dente che, per la sua età, potrebbe essere compatibile con i ritrovamenti dello stesso anno. Infine nel 2012 il ritrovamento di un ulteriore frammento che completa il parietale trovato lo scorso anno e ne permette una analisi più dettagliata, oltre ad altri reperti che, essendo coperti da uno spesso sedimento, devono ancora essere puliti e restaurati prima di poterne affermare con certezza l’appartenenza a resti di Homo particolarmente significativi.

Come si incastrano i recenti ritrovamenti di ominidi con le scoperte precedenti fatte dal suo team e più in generale dalla ricerca paleoantropologica?

La scoperta dei nuovi reperti a Mulhuli Amo, un sito che dista pochi chilometri da Uadi Aalad, sono particolarmente importanti perché data la loro forte rassomiglianza con i reperti ivi trovati, per la prima volta ci danno la possibilità di affermare che alcune delle caratteristiche trovate in UA31, alcune delle quali ne fanno un reperto che pur con caratteri ancora molto arcaici presenta tratti di modernità, non sono riferibili ad un singolo, particolare, reperto, ma sembrano essere relativi ad una popolazione di ominidi. Intorno ad un milione di anni fa, in Africa, Homo ergaster sta terminando il lungo percorso evolutivo, iniziato almeno un milione di anni prima, che lo porterà ad evolversi, proprio in quella parte di Africa dove noi stiamo conducendo le nostre ricerche, poche centinaia di migliaia di anni dopo verso le nuove forme di Homo heidelberghensis che sono il nostro diretto antenato. Data la scarsità di reperti di quel periodo i resti eritrei rappresentano probabilmente il più importante punto di riferimento per conoscere questo cruciale momento dell’evoluzione dell’uomo.

Qual è il quadro complessivo della storia umana che si delinea nel 2013, dopo oltre 100 anni di scavi mirati?

Parlare di scavi mirati è in verità un poco una forzatura, certamente le nostre indagini a Mulhuli Amo dopo il primo ritrovamento lo sono sicuramente, ma in generale i ritrovamenti di resti umani sono abbastanza casuali, almeno all’inizio. Questo è il grande fascino e nello stesso tempo il grande limite delle ricerche paleoantropologiche. Ritrovamenti di nuovi fossili hanno infatti negli ultimi anni permesso di arrivare a modificare idee e concetti precedentemente dati quasi per scontati. Proprio su questo fatto si basano spesso le critiche di chi vorrebbe mettere in discussione le teorie evolutive, il problema della paleoantropologia è che essa non è come la chimica dove tu puoi conoscere un elemento ancora prima di averlo scoperto in quanto è prevedibile sulla base di leggi precise. Noi ci troviamo a cercare di ricostruire un quadro come se in un puzzle di 10.000 pezzi ne avessimo a disposizione meno di 20 tasselli, ovviamente ogni nuovo tassello ci permette di avere una maggiore capacità di analisi, ma il quadro generale è ben lontano da essere ancora del tutto chiarito. Noi conosciamo le leggi generali della biologia, ma dobbiamo anche considerare che l’evoluzione dell’uomo è un evento che è soggetto oltre che alle leggi biologiche anche a quelle, molto più complesse e difficili da analizzare, relative alla sua evoluzione culturale. Diciamo anzi che il nostro lavoro è analizzare proprio l’evoluzione dell’uomo negli aspetti bio-culturali che ne hanno segnato in modo chiaro la sua storia naturale. Recentemente persino uno dei paradigmi più accettati, cioè che gli ominidi, per essere ritenuti tali, dovessero essere totalmente bipedi, è stato rivisto, qualche volta andavamo ancora sugli alberi. Ci sono ancora aspetti che vanno approfonditi e sicuramente il passaggio da Homo ergaster a Homo heidelberghensis è uno dei meno conosciuti, ed è proprio quello sui cui noi abbiamo la fortuna di lavorare.

Infine, quali sono i progetti per il futuro e cosa si aspetta dall’avanzamento delle ricerche?

Gli ultimi ritrovamenti e i dati che da essi scaturiranno e soprattutto la possibilità che le future campagne di

scavi ci forniscano ancora nuovi elementi ci permetteranno di chiarire se i reperti eritrei dell’area di Buya, il villaggio presso il quale abbiamo il nostro campo base, sono, come noi pensiamo, direttamente coinvolti nella linea evolutiva verso le forme di Homo sapiens sono uno dei tanti rami morti dell’evoluzione umana, estinti senza lasciare una discendenza. La nostra capacità di analisi, ma soprattutto i nuovi reperti, ci permetteranno di chiarire questo importante elemento. Ovviamente in tutto questo quadro si inserisce anche un problema pratico che può diventare un ostacolo insormontabile, le nostre ricerche sul terreno, ma anche in laboratorio, sono molto costose e senza adeguati finanziamenti poco o nulla potremo fare. Per il momento finanziamenti da parte sia del nostro Ministero della Università e Ricerca, sia di alcune delle Università coinvolte nel progetto, principalmente quella di Roma “La Sapienza” e Firenze, ma anche Torino, Padova, oltre al Museo Pigorini di Roma, ed infine del Ministero degli Affari Esteri ci hanno dato le basi per poter lavorare, tuttavia senza il costante e significativo apporto delle autorità ed enti di ricerca eritrei, con le quali collaboriamo strettamente da anni, sia in termini di risorse umane che finanziari non sarebbe stato possibile proseguire il nostro lavoro e giungere alle importanti scoperte che abbiamo potuto realizzare.

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