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25 maggio 2015

Memoria musicale del musicista, capacità di ricordare: ricerca Bicocca

Memoria musicale del musicista

Università degli Studi di Milano – Bicocca – Lo studio della musica, negli anni, modifica la percezione audiovisiva del mondo: ricerca Bicocca sulla memoria musicale del musicista

Memoria musicale del musicista

Memoria musicale del musicista

Nei musicisti la pratica plasma le funzioni musicali del cervello, determinando la capacità di riconoscere le note suonate da un altro sul proprio strumento. Per l’affinamento di questa capacità, contano solo le ore di studio dedicate, indipendentemente dall’età anagrafica e dalla predisposizione genetica.

Lo ha scoperto uno studio dell’Università di Milano-Bicocca pubblicato su Frontiers in Auditory Cognitive Neuroscience.

Il cervello di un musicista è in grado di ricordare milioni e milioni di note musicali, di produrre 1200 movimenti al minuto, e di percepire differenze infinitesime nelle altezze dei suoni. Ma come sono rappresentate tutte queste abilità nel nostro cervello e nella memoria musicale del musicista? Sono intrecciate tra di loro in modo multimodale. Questa capacità richiede un complesso apprendimento da parte del cervello che interessa numerose regioni cerebrali (visive, uditive e motorie) e che continua anche dopo 12, 15, addirittura 18 anni di studio. Lo ha dimostrato la ricerca, “The effect of musical practice on gesture/sound pairing (DOI: 10.3389.fpsyg.2015.00376, autori Alice M. Proverbio, Lapo Attardo, Matteo Cozzi e Alberto Zani) da poco pubblicata su Frontiers in Auditory Cognitive Neuroscience.

La ricerca Bicocca sulla memoria musicale del musicista

Lo studio è stato realizzato dal Milan Center for Neuroscience dell’Università di Milano-Bicocca (Dipartimento di Psicologia) in collaborazione con i docenti e gli studenti del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano ed è stato coordinato da Alice Mado Proverbio, docente di Psicobiologia e Psicologia Fisiologica presso l’Ateneo milanese.

In questo studio trasversale del tutto inedito è stato indagato per la prima volta come cambia anno per anno la rappresentazione in memoria dei suoni musicali, in relazione al gesto motorio necessario per produrli. I ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca sono entrati nelle classi di violino e clarinetto del Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano per osservare da vicino lo sviluppo dei sistemi specchio audiovisuomotori nei giovani allievi a partire dal secondo anno di corso, fino al Master e oltre (fig. 1). Il compito proposto agli allievi era apparentemente semplice, indovinare esattamente le note suonate da un altro sul proprio strumento, solo osservando la scena: sembra facile, ma non lo è affatto.

I dati mostrano che la quantità di tempo che un individuo impegna nell’esercizio (in questa ricerca corrispondono agli anni di studio effettivo presso il Conservatorio di Milano) è direttamente correlata alla qualità della prestazione di quell’individuo, che mostra un sensibile beneficio nell’esercitarsi continuamente, indipendentemente dalle qualità innate di ciascuno. È come se gli allievi più avanzati avessero interiorizzato così solidamente il collegamento tra suono, gesto e immagine da percepire in maniera automatica un’eventuale incongruenza, con una percentuale di errore che diminuisce in modo lineare all’aumentare degli anni di pratica.

Questo accade grazie alla capacità dei neuroni multimodali di creare correlazioni audio-visuomotorie che aumentano con gli anni di studio e di pratica, indipendentemente dal talento e dall’età dell’individuo. I primi effetti della modificazione cerebrale sono osservabili dopo 4-6 anni di studio intensivo e continuano progressivamente dopo il diploma e il master: veder suonare attiva anche il sapere suonare ed evoca il suono associato al gesto. Fino a tre anni di studio la percentuale di errore di un musicista è vicina al 50 per cento, mentre solo dopo aver conseguito il diploma (e almeno 12.000-18.000 ore di studio), la percentuale scende sotto il 10 per cento, come per i professori.

La ricerca sulla memoria musicale del musicista su diciannove allievi: violinisti e clarinettisti

La ricerca ha coinvolto diciannove allievi: dieci violinisti e nove clarinettisti, con un’età tra i 14 e i 24 anni, con alle spalle dai 2 ai 18 anni di studio dello strumento. I partecipanti hanno visto 396 video di violinisti e clarinettisti professionisti che suonavano 200 combinazioni totalmente nuove di note doppie o singole che coprivano tutte le altezze dei suoni, riprodotte in modo non melodico. I musicisti avevano semplicemente il compito di indicare la congruenza tra il gesto e il suono sulla base della vista.

«Questa ricerca – sottolinea Alice Mado Proverbio – mette in luce il ruolo cruciale dell’esercizio nel plasmare le funzioni musicali del cervello, indipendentemente dal talento musicale. Spiega inoltre perché una dote del bravo allievo debba essere la perseveranza: natura non facit saltus».


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