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20 giugno 2010

Alle radici del razzismo: dal punto di vista del cervello

I pregiudizi razziali “allenati” nella pratica culturale individuale e collettiva fanno sì che il cervello si dimostri meno in grado di empatizzare con il dolore altrui. A darne prova alla Comunità Scientifica è il report di un’indagine sperimentale italiana, pubblicata lo scorso 8 giugno su Current Biology e condotta dal prof. Alessio Avenanti, afferente al Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna, insieme con il prof. Salvatore M. Aglioti (Istitito di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico – Fondazione Santa Lucia, Roma) e con la prof.ssa Angela Sirigu (CNRS, Lione).

Razzismo,Empatia,Cultura – Un complesso di studi ed evidenze dalla psicologia sociale mostrano che ciò che solitamente si individua come atto o comportamento razzista risulta nella pratica da una mancata empatia di base nei confronti dell’Altro, che può declinarsi nell’estraneo, nello straniero, nel non-appartenente. Rispetto a tutta questa problematica, innumerevoli spiegazioni chiamano in causa l’apprendimento culturale proprio di una comunità e, conseguentemente, l’attribuzione di determinati significati a coloro che non ne fanno parte.

La Ricerca – Questo studio neuroscentifico è condotto con la tecnica della stimolazione magnetica transcranica (TMS) e si avvale dei risultati di precedenti indagini sulle variabili coinvolte nella percezione del dolore altrui.
Nella fase dei test, dunque, si sono confrontati i parametri neurobiologici di 40 soggetti, 20 bianchi italiani e 20 neri africani residenti in Italia, coinvolti nelle reazioni alla vista di immagini dolorose relative al proprio e all’altro gruppo razziale.

Si è osservato perciò che quando un bianco osserva un ago conficcarsi nella mano di un bianco, nel suo cervello si attivano i medesimi circuiti neuronali che si attiverebbero nel caso in cui il dolore fosse inflitto allo stesso osservatore. Analogamente accade per un nero davanti a immagini dolorose riguardanti la mano di un nero. Questa immedesimazione di natura sensomotoria però non si è osservata nel caso di individui appartenenti al diverso gruppo etnico e ciò è risultato tanto più accentuato quanto più i volontari avevano dimostrato, attraverso un’indagine standard sui pregiudizi razziali inconsci, di nutrire implicitamente atteggiamenti xenofobi.

L’evidenza sembrerebbe suggerire che se un certo apprendimento culturale è tale da produrre atteggiamenti di negatività (quali diffidenza, fastidio, avversione ecc.) verso i non-appartenenti al proprio gruppo razziale, tale negatività può sintetizzarsi in un indice di “indifferenza neurologica” alla sofferenza altrui.

Il dubbio – E se invece tutto ciò fosse invece dovuto al diverso sviluppo della capacità di provare empatia in genere? E se a ridurre l’empatia fossero fattori che possono non implicare direttamente il significato della razza come il semplice fatto di essere estraneo perché ad ogni modo distante?

Per trovare conferma del legame tra pregiudizio razziale implicito e ridotta (o assente) capacità di empatia, nel corso dell’esperimento le rilevazioni si sono svolte anche nel caso di immagini dolorose aventi ad oggetto una mano viola, dunque un arto che non qualifica alcuna delle razze esistenti e che, per stranezza e non familiarità, risulta estremamente difficile da attribuire allo stesso genere umano. Così facendo si è voluto quindi escludere l’azione di eventuali pregiudizi che connotano negativamente una razza diversa dalla propria e ci si è invece focalizzati sui caratteri di estraneità, inumanità, stranezza.

La Riprova – Ebbene, a sorpresa, i risultati hanno fatto registrare una capacità di empatia e di immedesimazione presente in entrambi i gruppi di volontari! Ciò suggerisce nettamente che il cervello umano è capace di provare empatia di fronte all’esperienza del dolore altrui e ciò anche se il soggetto che subisce è percepito come estraneo, estremamente non familiare, addirittura “alieno”. Quindi la mancanza o attenuazione di reattività empatica nei confronti del diverso è tutt’altro che una necessità ineluttabile e il cervello umano sembra bensì naturalmente predisposto ad empatizzare.

La Risposta – La differenza allora dove sta? Tra una mano viola, una mano bianca e una mano nera ferite, la differenza è data dai significati culturali che un osservatore (bianco o nero) è portato ad attribuire loro. Si è riscontrata empatia nei confronti di una mano viola ferita in quanto nei suoi confronti non si è potuto applicare alcun costrutto culturale del tipo di uno stereotipo razziale.

I pregiudizi razziali coltivati e sedimentati nello spazio culturale di una comunità di appartenenti agiscono dunque sui processi di “categorizzazione sociale” e dunque sulla produzione ed associazione di significati con cui si legittimano visioni dell’Altro e si attribuiscono giudizi sull’Altro. Lo stereotipo razziale, più che i fattori strettamente biologici (quali la fisionomia e la non somiglianza somatica) è da ritenersi un complesso fattore agente sulla disposizione neurologica (e, conseguentemente, comportamentale) alla comprensione del dolore altrui.

Per chiunque ne fosse interessato, l’abstract della ricerca in questione è visionabile qui con il titolo Race bias reduced Empathic Sensorimotor Resonance with Other-Race Pain.

Raffaele La Gala

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