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1 giugno 2010

Ci vuole pazienza alla Sapienza

Diciamo la verità, siamo quasi tutti cresciuti accarezzando il sogno di abbandonare il nostro più o meno grande paesino e giungere, infine, in una grande città. Magari Roma, giusto per fare un esempio.

L’exemplum, però, non è troppo casuale, dato che è proprio la “santa” capitale ad ospitare “L’Università degli studi di Roma La Sapienza”, l’ateneo più grande d’Europa e il secondo del mondo con circa 140.000 iscritti nel 2008.

Ventuno facoltà, più di centotrenta dipartimenti ed istituti, centoventisette scuole di specializzazione, ventuno musei e più di centocinquanta biblioteche. Cifre che danno solo una piccola idea delle proporzioni del fenomeno della corsa alla laurea che sta caratterizzando gli ultimi decenni. Ma cosa vuol dire essere uno studente della Sapienza?

Se da un lato c’è la fierezza, l’orgoglio e talvolta la superbia di essere una cellula di un organismo sterminato, vivo e pulsante, da cui innumerevoli uomini e donne illustri hanno iniziato la loro ascesa, dall’altro vi è lo sconcerto, la rassegnazione e persino la disperazione di un vagare da una segreteria all’altro, di scivolare tra le sedi, di compilare documenti che servono a riempire altri documenti per accedere ad altri documenti.

Del resto non è un caso che “Ci vuole pazienza alla Sapienza” sia il nome di un gruppo su Facebook con più di mille iscritti e che questo stia diventando il nuovo motto che gli studenti inneggiano al posto di quello ufficiale che suona “Il futuro è passato qui”.

Eppure, potreste obbiettare voi, non è un caso poi tanto raro che un’università pubblica italiana abbia problemi di organizzazione. Ahimè, per quanto questo sia vero, il caso della Sapienza tocca talvolta l’inverosimile. Facciamo qualche esempio pratico.

Avete mai sentito parlare di bandi di concorsi di insegnamento a titolo gratuito? Per quanto possa sembrare assurdo è questa una delle nuove tendenze di questa università. Si tratta proprio di tenere corsi ed esami gratis. Lo scopo per il professore è chiaramente fare curriculum e per l’università, altrettanto chiaramente, di risparmiare.

Chi vuole controllare con i propri occhi può visitare, per esempio, il sito http://www.filosofia.uniroma1.it/new/index.php?option=com_content&view=article&id=288:bando-contratti-di-insegnamento-a-titolo-gratuito&catid=2:bandi-e-concorsi&Itemid=3. Le domande da porsi sono due. La prima è: se i soldi che gli studenti pagano in tasse non vanno agli insegnanti, a cosa sono destinati? La seconda: pensate che un uomo affermato, un “vip” del suo settore, insegnerebbe gratis? A voi le ardue sentenze.

Per fare il secondo esempio basta inoltrarsi in uno dei poli culturalmente più importanti dell’università, il Teatro Ateneo. Questo piccolo teatro ha ospitato personalità illustri quali Eduardo De Filippo, Vittorio Gassman, Grotowsky, Eugenio Barba, Dario Fo, Peter Stein, Peter Brook e Anatolij Vasil’ev.

Si tratta, dunque, di una sorta di santuario del teatro italiano, in cui sono state registrate migliaia di ore di lezioni, seminari e incontri su autori di massimo spicco a livello internazionale. “La Sapienza”, ovviamente, ha avuto massima cura di questo spazio. Tant’è vero che, per chiunque volesse visitarlo e accarezzare i manifesti degli spettacoli che ha ospitato, basta entrare nella Città Universitaria. Vi troverà un palazzo chiuso e abbandonato, ignorato dai piani alti dell’Ateneo e sconosciuto persino alla stragrande maggioranza degli studenti che vi passano quotidianamente accanto. Chissà che ora sia una culla di cultura solamente per i topi, e non di biblioteca.

Un altro esempio anche sulla condizione degli studenti all’interno dell’università e, in particolare, sul loro rapporto con le segreterie. Tralasciamo il fatto che queste siano dislocate in diverse sedi a chilometri di distanza e che, solo per un certificato possono volerci ore di fila.

Immaginate di aver compiuto un lungo studio di diversi anni. Dopo innumerevoli sforzi e migliaia di euro spesi tra affitto, bollette e spesa (soprattutto considerando che la stragrande maggioranza degli studenti della Sapienza sono fuori sede) state finalmente per raggiungere la tanto agognata laurea. La tesi è pronta, rilegata e consegnata, mancano ormai pochi cristalli di sabbia perché la clessidra vi porti al giorno in cui sarete dichiarati dottori.

Un bel giorno però, ricevete una chiamata dalla segreteria: hanno smarrito un cedolino. Per chi non lo sapesse, fino all’anno scorso, i cedolini erano l’unica prova, in molte facoltà della Sapienza, per affermare di aver sostenuto un esame, una sorta di scontrino consegnato alla fine di ogni verifica. A tanti è capitato di avere problemi con gli scontrini. E allora che si fa? C’è chi ha dovuto rifare un esame, chi è dovuto correre dalla Sicilia per farselo certificare di nuovo dal professore.

Casi peggiori si sono verificati quando, arrivati alla seduta di laurea, la segreteria si è dimenticata di comunicare la media del laureato, tenendolo in dubbio fino all’ultimo, con amici e parenti intorno ad aspettare e sperare nel lieto fine. Si è addirittura assistito a proclamazioni farfugliate in cui il presidente di commissione non sapeva neanche in cosa stava laureando precisamente lo studente e cavandosela con un “La dichiaro dottoressa in Spettacolo e Cinema, non si chiama così? Vabbè, qualcosa del genere”. Stretta di mano e tutti a casa.

Mi raccomando, ricordate di pagare la tassa di laurea.

Tommaso Ceruso

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