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25 luglio 2010

Il primo Placebo si chiama Volontà

Nella lotta al tabagismo la soluzione mondiale migliore è la forza di volontà delle singole persone che intendano smettere!
La breaking news proviene dalle pagine di PLos Medicine, ove un gruppo di ricercatori della School of Public Health afferente all’Università di Sydney, ha pubblicato il report dello spoglio di 662 studi dedicati ai metodi di stop smoking assistiti e non assistiti, evidenziano una discrepanza fuorviante tra il focus della ricerca scientifica in argomento e ciò che avviene nella realtà dei fatti.

La ricerca – Il corpus analizzato è stato estratto dalla mole di articoli in lingua inglese, meta-analisi e studi di ricognizione sperimentale sulla smoking cessation, editi nel corso del 2007 e del 2008: degli 885 articoli così individuati si sono presi in considerazione solo quelli che attenessero al processo in sè di cessazione da dipendenza , escludendo quindi quelli imperniati sugli effetti dello smettere di fumare.

Con tali criteri di inclusione si è isolato un macro-gruppo di 662 articoli, di cui la maggior parte (511) riguardano la cessazione “per interventismo”, ovvero perseguita all’interno di azioni sistematicamente mirate alla fuoriuscita dalla dipendenza, mentre i restanti 151 riferiscono di metodi non interventisti, ovvero volontaristici dei soggetti dipendenti. La maggioranza degli studi sulla cessazione per interventismo riguardano la cessazione assistita (467), ovvero la farmacoterapia (247) e la non-farmacoterapia (220, ovvero: percorsi di counseling psicologico , motivatori, programmi di prevenzione a scuola e sul posto di lavoro, comunità specifiche, agopuntura ecc. )

Interessi in conflitto – La ricerca, poi, è proseguita con la scelta casuale e l’analisi di 30 lavori sugli interventi di cessazione assistita, 30 sulla cessazione non assistita e 30 in cui si esprime la priorità dello smettere di fumare e si procede ad una comparazione tra i due tipi di metodo (cessazione assistita Vs cessazione non assistita). Con ciò si è voluto verificare la correlazione tra gli esisti degli studi e il loro “status”, derivante dal fatto se essi (o i loro autori) abbiano o non abbiano ricevuto supporti (finanziari, tecnologici ecc.) da aziende farmaceutiche produttrici di farmacoterapie per smettere di fumare (compresi i surrogati della sigaretta quali cerotti e gomme di nicotina ecc.).

Per i papers in cui non veniva specificata la presenza o meno di una qualche forma di finanziamento da parte di aziende aventi interesse a tali studi perché operanti nel settore, i ricercatori della SoPH hanno contattato i relativi autori per entrare a conoscenza di tali informazioni. Degli 84 papers presi casualmente in considerazione, quasi la metà (48%) si incentrano su interventi farmaco terapeutici, il 10,3% trattano di metodi non farmaco-terapeutici, mentre nessuno studio sulla cessazione non assistita ha ricevuto un qualsiasi tipo di sostegno da parte di aziende del settore Health.

Il paradosso – Mentre i dati riguardanti i censimenti degli ex-fumatori , ricavati da studi sulla popolazione, rivelano che dai 2/3 ai ¾ di essi hanno smesso di fumare senza alcuna terapia farmacologia e/o psicologica ma per volontà e convincimento, nel 91,3 % delle ricerche in argomento, gli studiosi focalizzano gli sforzi sul perfezionamento di metodi di cessazione assistita, in prevalenza farmaco-terapeutica, in molti casi finanziati da aziende interessate. Ci si chiede perciò se la ricerca “brandizzata” ha ancora come oggetto l’interesse pubblico. A tal proposito i ricercatori della SoPH parlano di una “legge inversa” tra ricerca e andamenti reali, e denunciano una impertinenza peraltro di vecchia data.

Alle radici di questa discrepanza c’è la dominanza del paradigma interventista (una sorta di retaggio neopositivista per cui la soluzione ai problemi umani è sempre e solo un elaborato della scienza, indisponibile altrimenti), sostenuto nettamente dall’industria farmaceutica, che ha tutto l’interesse a sovradimensionare le difficoltà dell’uscita dalla dipendenza da tabacco e a promuovere robusti sostegni alla semplice volontà umana. La cessazione della dipendenza è così un caso eclatante di medicalizzazione mercificata e la scienza in tal caso rischia di non coincidere con la concreta ricerca di alternative migliori e migliorabili per la risoluzione di un problema di grandissima portata.

Il messaggio che passa è ormai nettamente pro-terapie : al pubblico è spesso consigliato che smettere in modo assistito raddoppia i tassi di cessazione riuscita. Ma: mentre la letteratura sui trial clinici mostra che i più altri tassi di cessazione sono collegati a metodi di cessazione assistita piuttosto che non-assistita, di contro una lunga serie di studi sulla popolazione, riportati tra le references dell’articolo, mostra il contrario.

La convinzione comune di scienziati e autorità pubbliche secondo cui la dipendenza da nicotina va affrontata in modo assistito e che ogni diverso avviso equivalga a promuovere approcci futili al problema rischia seriamente di deviare l’attenzione e la consapevolezza degli stessi decisori e dei cittadini-consumatori da ciò che si rivela essere di gran lunga la storia più comune sullo smettere di fumare: la gente lo fa senza necessariamente ricorrere ad un aiuto professionale, terapeutico o farmacologico. Sta alle stesse Autorità, dunque, ora che ci sono i dati, riequilibrare i messaggi, ampliando le possibilità di scelta informata e consapevole su come ciascuno possa tutelare la propria Vita.

Raffaele La Gala

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