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23 luglio 2010

Università di Siena: Meteoriti e scienze planetarie

Gli Atenei toscani si confermano un punto di riferimento mondiale

Pubblicata da Science la scoperta di un cratere fondamentale per lo studio dell’impatto dei meteoriti sulla Terra

L’Università di Siena e di Pisa si confermano punto di riferimento mondiale per lo studio delle meteoriti e delle scienze planetarie. E’ di ieri la pubblicazione su Science di una scoperta che ha suscitato grande interesse da parte della comunità scientifica internazionale: un cratere di 45 metri di diametro scoperto nel Sahara egiziano e denominato Kamil Crater, che ha permesso di conoscere e definire lo scenario catastrofico, fin ora sottovalutato, che piccoli meteoriti, si parla di oggetti di circa un metro cubo provocano cadendo sulla crosta terrestre, evento che si produce ogni 10 – 100 anni.

La ricerca è stata coordinata dall’Università di Siena con i ricercatori del Museo Nazionale dell’Antartide. Fondamentale è stata la collaborazione con il dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa e con l’Osservatorio Astronomico di Pino Torinese, INAF.

Fin ora non esistevano dati sufficienti per gli studi sui piccoli meteoriti, che sono però i più frequenti ad arrivare sulla crosta terrestre: I crateri formati da meteoriti di piccole dimensioni sono molto rari ed erosi facilmente, e le informazioni che gli scienziati possono trarne sono spesso frammentarie e incomplete. Invece il cratere che abbiamo studiato in Egitto è in perfette condizioni di preservazione, e costituisce un modello unico al mondo per definire lo scenario catastrofico che viene prodotto dalla caduta di piccoli meteoriti: un dato essenziale per la definizione del rischio da impatto spiega Luigi Folco, del Museo Nazionale dell’Antartide dell’Università di Siena, coordinatore scientifico della ricerca e autore dell’articolo pubblicato su Science.

La maggior parte degli studi si era concentrata fin ora sul possibile impatto sulla Terra di meteoriti di grandi dimensioni, che si possono individuare e intercettare meglio prima della caduta. I risultati della spedizione, che si è svolta lo scorso febbraio in cooperazione con geologi egiziani, nell’ambito del 2009 Egyptian – Italian Science Year – offrono la tangibile evidenza di cosa accade nel caso di piccoli impatti. Si è potuto osservare che meteoriti metalliche di massa di alcune decine di tonnellate possono penetrare l’atmosfera senza frammentarsi – spiegano i ricercatori dell’Università di Siena creando un cratere di decine di metri di diametro, esplodendo in migliaia di frammenti e lanciando detriti di dimensioni di alcune tonnellate fino ad alcuni chilometri di distanza, e producendo gocce di roccia fusa che formano una nuvola ardente che si espande a velocità supersoniche.

La meteorite è stata classificata e il suo nome ufficiale è Gebel Kamil. Si tratta di una meteorite con caratteristiche geochimiche uniche, che alimenta non solo il primato della scoperta, ma anche l’interesse della comunità scientifica dice Massimo D’Orazio, (Università di Pisa). Degli 800 chili di meteoriti raccolte, 20 chili sono conservati ed esposti al pubblico presso Museo Nazionale dell’Antartide di Siena, 5 chili presso il Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa e i rimanenti presso il Museo Geologico del Cairo.

E’ stata una spedizione complessa, che ha impiegato 39 persone tra scientifici e logistici, e che ha richiesto circa un anno di diplomazia per operare in una regione del Sahara egiziano che è interdetta per motivi militari: il cratere è a meno di 2 chilometri dal confine col Sudan” – racconta Mario Di Martino (Osservatorio Astronomico di Pino Torinese, INAF) capo della spedizione.

Luigi Folco aggiunge un ulteriore elemento di interesse della scoperta: “Sulla base di evidenze geologiche e archeologiche abbiamo potuto stabilire che l’impatto del meteorite nel Sahara sia avvenuto durante gli ultimi 5000 anni. Potrebbe quindi esserci un nesso con i racconti, che ricorrono nei geroglifici dell’antico Egitto fino alla XIX Dinastia, del <>. Se ne avremo la possibilità, vorremmo aprire questo affascinante filone di indagine interdisciplinare, tra geofisica e archeologia”.

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