• Google+
  • Commenta
26 agosto 2010

Fede come sinonimo di vita.

Per guarire ora non basta più solo aver fiducia nella scienza ma anche aver fede. Questo è quanto emerso dalla ricerca pubblicata sulla rivista scientifica americana ‘Liver Transplantation’, dove hanno partecipato i ricercatori dell’ Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) e il Dipartimento di Trapiantologia epatica dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana.

La ricerca si è svolta con la somministrazione di un questionario sulla religiosità composto da 10 items a un gruppo di 179 candidati, sottoposti a trapianto di fegato fra il 2004 e il 2007.
I risultati hanno confermato l’ipotesi di partenza che “la fede in Dio è associata in modo significativo con la sopravvivenza dei pazienti“.

I candidati al trapianto di fegato vengono sottoposti di routine a una valutazione psicologica – spiega Franco Bonaguidi, psicologo presso l’Ifc-Cnr – che ha lo scopo di aiutarli ad affrontare questo momento particolarmente difficile e a identificare eventuali controindicazioni all’intervento. I pazienti, riferivano un profondo ritorno alla religione e alla spiritualità, la nostra ricerca ha indagato tale aspetto, indipendentemente dal credo religioso e dalla partecipazione alle funzioni ecclesiastiche”.

Durante il follow-up di 4 anni successivo al trapianto, 18 pazienti sono morti.

Per comprendere quali fattori fossero stati in grado di predire la mortalità dei pazienti – continua Bonaguidiabbiamo utilizzato un’analisi statistica nota come “modello di Cox” prendendo in esame fattori come l’età dei pazienti, il sesso, il livello di istruzione e occupazione, il tipo e la gravità della malattia, l’età del donatore e alcune variabili legate all’intervento chirurgico, come il sanguinamento peri-operatorio. Infine, abbiamo testato con lo stesso rigore scientifico il ruolo della religiosità. Le risposte sono state esaminate mediante un’analisi fattoriale che ha permesso di evidenziare, attraverso una procedura matematica, le principali componenti della religiosità, definite come ricerca ‘attiva’ di Dio, attesa ‘passiva’ di Dio e generico atteggiamento fatalistico”.
“I risultati dello studio mostrano che
–precisa il ricercatore dell’Ifn-Cnr- le uniche variabili in grado di predire la mortalità dei pazienti dopo il trapianto sono la durata della degenza in terapia intensiva e, quale fattore negativo, l’assenza di ricerca di Dio, con un rischio relativo rispettivamente di 1.05 e 3.01. Ciò significa che i pazienti che non dichiaravano tale ‘ricerca di Dio’ durante il follow-up avevano un rischio di morte di tre volte superiore a coloro che l’hanno dichiarata. Esprimendo gli eventi letali e la sopravvivenza con il “metodo Kaplan-Meier”, a quattro anni dal trapianto era ancora in vita il 93,4% dei pazienti con ricerca attiva di Dio, con una mortalità del 6,6% e un vantaggio appunto triplo sugli altri (79.5% in vita, 20,5% di mortalità).
La differenza è statisticamente notevole, mentre la probabilità di ‘falso positivo’, (cioè che sia stata rilevata una differenza inesistente) è del 2.6%, nettamente inferiore alla soglia convenzionale del 5%. Va precisato però
–conclude Bonaguidiche la ‘ricerca attiva di Dio’ non si identifica con una religione confessionale, ma è un aspetto intimo della personalità che porta a vedere l’incontro con la malattia grave quale un momento di rielaborazione della propria esistenza, dei propri valori e di rivalutazione della componente spirituale e trascendente”.

Dora Della Sala

Google+
© Riproduzione Riservata