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28 settembre 2010

Unisa in protesta 2010/11: opinioni a confronto

A breve la “macchina” universitaria italiana si rimetterà in moto.
Nuovi iscritti, corsi, esami, debiti: tutto, come da copione, è ormai programmato e quasi pronto.
Ma tutto effettivamente riprenderà secondo “norma”? Il 2010/2011 inizierà davvero come ogni anno accademico? Tutto filerà liscio come l’olio o è proprio la giusta quantità di olio che manca agli ingranaggi di questa nuova “fuori serie”?
Abbiamo lasciato l’università italiana a fine luglio in piena protesta e con un folto numero di ricercatori fermamente convinti che l’unico modo per continuare a protestare contro la riforma Gelmini fosse la non assunzione di carichi didattici per il nuovo anno accademico.
Cosa c’è veramente da aspettarsi? Chi troveranno dietro la cattedra i nuovi e vecchi iscritti? Davvero gli studenti si troveranno a fare corsi solo con docenti propriamente detti e a seguire solo corsi per esami “fondamentali”? Che ne sarà davvero di tutti quei corsi che solitamente venivano assegnati ai ricercatori?

Capire cosa accadrà su scala nazionale risulta abbastanza arduo, se non impossibile. A tal proposito cercherò di entrare nel merito di una specifica realtà universitaria a me vicina: l’Università degli Studi di Salerno. Secondo le ultime notizie (ufficiali e ufficiose), relative alle intenzioni dei ricercatori, un numero importante di ricercatori (tutti, tranne un paio), è deciso a voler portare avanti il discorso protesta e di non voler assumere impegni universitari se non quelli riguardanti il proprio e specifico ambito di ricerca (come dovrebbe essere!).

Dunque, l’Università degli Studi di Salerno, dovrà effettivamente per il prossimo anno accademico fare i conti con aule vuote? Cosa verrà fuori dalle decisioni consiliari e dalle valutazioni del rettore?
A tal proposito, Controcampus ha raccolto due importanti testimonianze. Ad esprimersi sulla seconda fase della protesta, il Prof. Massimo Pendenza e il ricercatore il Dott. Sabato Aliberti (entrambi appartenenti al corso di laurea in Sociologia della facoltà di Lettere e Filosofia Unisa), affinché gli studenti abbiano sempre più conoscenza dei fatti e maturino delle consapevolezze.
Ai due intervistati due semplici domande: “Partecipa alla protesta? Se sì, in che modo?”.

Dott. Aliberti: “Certo che partecipo alla protesta! Bisogna precisare però che la mia, come quella di tutti i miei colleghi non è una protesta di corporazione o di interessi personali. La nostra è una protesta contro una precisa volontà di smantellare l’università pubblica, contro una legge di “riforma” che taglia risorse per la ricerca scientifica, che aumenta il potere dei Rettori e modifica la governance degli Atenei in senso meno partecipativo e dà possibilità ad un eventuale Consiglio di Amministrazione di “privatizzare la conoscenza”. Dopo aver privatizzato le principali risorse strategiche di un Paese (energia, acqua, trasporti etc.) sembra sia arrivato il turno dell’istruzione e della ricerca.

La partecipazione a qualunque iniziativa rivolta a contrastare questo sciagurato disegno di legge, voluto dal Ministro Tremonti, costituisce una priorità per tutte le componenti universitarie, professori, ricercatori, studenti e personale amministrativo. La cosiddetta “riforma” è orientata verso lo smantellamento dell’Università pubblica, anche attraverso operazioni di forme di privatizzazione che inevitabilmente porteranno le famiglie degli studenti a sostenere costi più elevati per fornire un’adeguata formazione ai propri figli. E’ importante che tutti facciano la propria parte per impedire che ciò accada, in modo democratico e nei limiti della legge attraverso gli strumenti che si hanno a disposizione.

I Ricercatori da tempo svolgono attività didattica frontale agli studenti, il cui lavoro viene apprezzato da questi ultimi, nonostante per legge questo non rientri tra i loro compiti. Eppure fino ad oggi, su base VOLONTARIA E COMPLETAMENTE GRATUITA, essi si sono dimostrati sensibili ed attenti alle necessità dell’Istituzione Universitaria e ai bisogni degli studenti, partecipando attivamente a tutte quelle attività ( didattiche, di laboratorio, istituzionali e organizzative ecc.) che, nonostante non rientrino tra i propri doveri e sottraggono tempo alla loro attività di ricerca (unica cosa che viene valutata per verificare il loro lavoro) contribuiscono al miglioramento della formazione universitaria.

A seguito del decreto ” Gelmini-Tremonti”, insieme a molti altri ricercatori del nostro Ateneo abbiamo deciso di non renderci complici della distruzione dell’Università Pubblica. Personalmente ho ritirato la mia disponibilità, e come me tanti altri ricercatori in Italia, da qualunque attività che non rientri tra i nostri compiti istituzionali. Sebbene questo ci costi molto è l’unico strumento di protesta legittimo che in questo momento si stia rivelando efficace“.

Prof. Pendenza: “Si, partecipo alla protesta, aderendo a tutte le iniziative che verranno decise dalla facoltà, come già fatto in tutte le altre occasioni passate. Ritengo la protesta dei ricercatori giusta, anche se considero la rivendicazione dei loro diritti solo una parte, seppur cospicua, del problema complessivo dell’università. Ai primi posti metterei: 1. Caduta del valore civico-educativo dell’università; 2. Riduzione dei fondi di funzionamento ordinario e di quelli per la ricerca; 3. Mancata istituzione della terza fascia docente per i ricercatori.”

Pasqualina Scalea

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