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All’Unisa, l’incontro tra Cinema e Storia per l’identità d’Italia a centocinquant’anni dall’unità

29 Novembre 2010
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02/08/2021

Si è conclusa la prima settimana di vita della Master Class, il percorso di 100 ore di incontri e proiezioni che costituisce la copiosa offerta dell'VIII edizone di Filmidea: all'Università di Salerno sono andate in scena gli incontri con Michele Placido (coordinatore del progetto e personalità già nota agli studenti salernitani) e con Mario Martone, regista di "Noi Credevamo", unico film attualmente in circolazione sui temi e i personaggi del Risorgimento italiano.

E in sintonia con la celebrazione del centocinquantenario dell’unità d’Italia, gli ideatori e curatori di Filmidea, Pietro Cavallo, Pasquale Iaccio, Gino Frezza, Marco Pistoia, Roberto Vargiu, hanno ben pensato di dedicare la prima Master Class aperta a 50 studenti selezionati tra gli iscritti di Scienze della Comunicazione , Storia e Critica D’Arte e del Davimus, ai primi centocinquanta anni della storia italiana, raccontata attraverso le opere filmiche ritenute più significative.

Placido e la Storia d’Italia – Nell’Intervento di Placido si è ripercorso, col senno di poi, tutto il suo contributo alla memoria della recente storia italiana: da “Pummarò” (1990), probabilmente il primo film italiano sul tema dell’immigrazione , a “Del Perduto Amore”, opera che registra un’Italia fortemente ideologizzata in cui non si può essere comunisti e sperare di essere sepolti con rito cattolico, fino a “Un eroe borghese” (1995), in cui a partire dall’omonimo libro di Corrado Stajano si imprime sulla pellicola la netta interpretazione della vicenda di Giorgio Ambrosoli, avvocato, servitore dello Stato, ucciso dalla mafia nella più completa solitudine inflittagli dalle istituzioni e dalla politica italiana di fine anni ’70. Senza dimenticare il successo di “Romanzo Criminale”, l’autobiografico “Il grande sogno” e la prossima uscita “Vallanzasca”, film in cui si raccontano sullo sfondo pezzi della storia (la malavita romana o la Milano degli anni Settanta, il Sessantotto) senza contravvenire alle esigenze di un intrattenimento che seduce e avvince.

Durante la discussione viene fuori un particolare inedito per tutti gli studenti: l’audio della telefonata originale tra Ambrosoli e un “picciotto” siciliano è stata “trafugata” dai collaboratori di Placido dagli uffici giudiziari milanesi. Placido ha così introdotto una vera prova storica a sostegno del significato della vicenda Ambrosoli nell’Italia andreottiana del periodo. Quest’opera dimostra come il cinema si è potuto occupare (ed è successo molte volte) di coprire il vuoto di una mancata lettura: rispetto a vicende in attesa di verità e memoria condivisa, il cinema ha dato molte volte una spiegazione degli accadimenti prima dell’uscita della verità storica, accreditandosi come potente strumento di inchiesta, di denuncia e d’opinione.

Ma Placido puntualizza che il suo è un cinema “di pancia” fatto da chi si è nutrito di teatro e cinema d’autore e, senza dotarsi consapevolmente di una linea autoriale, si innamora di storie e personaggi particolari dalla cui narrazione filmica emerge poi, come processo inconsapevole, un ritratto di un determinato punto nella storia. Fare cinema “di pancia” significa il più delle volte affidarsi all’istinto o ad una sorta di sesto senso, che orienta capacità, sensibilità e gusto dell’artista: e così Placido ci rivela che per preparare il prossimo film che gli hanno affidato, una produzione interamente francese e destinata al mercato francese, è partito senza un motivo apparente dalla visita al cimitero parigino di Père Lachaise, come per entrare in contatto con il modo d’essere francese sulla vita e sulla morte.

Noi credevamo – L’incontro con Mario Martone ha offerto la possibilità di sciorinare le vicissitudini di un’opera complessa che cerca di riportare sul grande schermo la coscienza dei fatti risorgimentali dal 1830 al 1860 da cui sarebbe scaturita l’Italia unita e lo fa seguendo la storia di Domenico, Angelo e Salvatore: la nascita della nostra Nazione è raccontata attraverso le vicende di tre ragazzi del sud, anti-borbonici e mazziniani.

Una lettura dei fatti che affronta apertamente il tema perennemente discusso del rapporto tra Nord e Sud, una contrapposizione che fa ormai parte del senso comune storico dell’italiano medio, e che Martone non esita a delegittimare, reputandola erronea rispetto alla vera contrapposizione tra democrazia e autoritarismo.

Ridando vita ad un personaggio come Saverio si chiarisce che l’Unità d’Italia non era solo quella piemontese-sabauda ma c’era un’altra idea di unità d’Italia che era quella dei democratici mazziniani, un’idea contrapposta a quella dei Savoia .. allora da sud riprendiamo il discorso della lotta democratica..quello che è fondamentale è riannodarsi al filone democratico per capire che la divisione in Italia non è tra nord e sud: questa è una sciocchezza totale! Noi veniamo imbottiti di semplificazioni ad uso di una supposta idiozia dei cittadini italiani i quali secondo un certo sistema non dovrebbero più essere in grado di ragionare. Nelle città del nord ci sono una quantità infinita di democratici che non aspettano altro che mettersi in rapporto coi democratici del sud. Bisogna capire che la divisione in Italia è politica: esiste un’Italia democratica e un’Italia autoritaria che continua ad essere invocata da una parte del Paese per paura..perché l’Italia è un Paese spaventato che ha paura di raccontarsi Mazzini così come è stato.

Il film ha avuto una preparazione lunghissima, soprattutto in post-produzione, e per nulla semplice e lineare. Martone racconta di come all’inizio alla voce “musiche” non c’erano fondi: successivamente è venuta l’idea di utilizzare il repertorio melodrammatico ottocentesco e la collaborazione gratuita dell’Orchestra sinfonica della Rai di Torino. Le musiche, per di più, sono state registrate non avendo a disposizione il montaggio completo dell’opera.“La sceneggiatura conteneva dialoghi lunghi e in un italiano dell’0ttocento e in molti punti frutto di documenti storici dell’epoca..tutto potenziale cinematografico su cui ho dovuto tenere duro per anni..ma il film o lo facevo così come lo avevo in mente o non aveva senso.”La battaglia finale, confessa il regista partenopeo, è stata quella della distribuzione: anche qui però alle esigue trenta copie della prima uscita nelle sale se ne sono aggiunte almeno altre cinquanta nel corso di quest’ultima settimana. A testimonianza dell’interesse pubblico del cuore tematico del film.

Il film è come una tela ottocentesca molto rigorosamente studiata dal punto di vista iconografico e linguistico e musicale su cui però sono inferti come dei tagli che sono i segni della modernità. Essi esplodono via via: dai cavi elettrici difficilmente visibili in alcuni passaggi, al garage in cui Orsini consegna le bombe per l’attentato a Napoleone III, alla più vistosa scala di metallo del carcere , fino al rudere abusivo ripreso, al tramonto, in pieno Cilento ed estremamente visibile: elementi assolutamente non appartenenti all’ affresco che Martone ha curato nel minimo dettaglio e che egli ha comunque lasciato come a voler stabilire un simbolismo tra passato e presente.

Raffaele La Gala

© Riproduzione Riservata
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