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26 dicembre 2010

Dove stiamo andando?

Lettera aperta alla mia generazione.Questa è un’ipotetica lettera che un ragazzo di 25 anni invia alla sua generazione per parlare e provare a discutere dei problemi che essa vive. Quale futuro ci attende? Nessuno di noi lo sa. Nessuno può saperlo. Bisogna vivere il presente, anche se questo presente ci offre poco, veramente poco.
Ma non sarebbe giusto nemmeno dire questo, perché noi, la nostra generazione, abbiamo avuto tutto. Se ci analizziamo, notiamo bene come, nel bene o nel male noi siamo una generazione privilegiata. Oggi però…ma domani?

I nostri nonni (o bis-nonni) partirono per terre lontane, senza istruzione e senza sapere (non esisteva la tv,né tantomeno internet) cosa avrebbero trovato. Ma portavano sulle spalle la cultura del lavoro, lavoravano come bestie da soma, sfruttati e maltrattati (come facciamo noi italiani oggi agli extra-comunitari che vengono da noi), ma lavoravano, per garantire ai loro figli un futuro migliore. Quanti sacrifici e quanta sofferenza.

Se molti di noi oggi possiedono qualcosa, a mio avviso, è grazie a quei grandi uomini. Dopo di loro i nostri nonni seguirono lo stesso excursus. Lavoro,partenze lunghe e ritorni sporadici. Loro completarono l’opera che i loro padri avevano iniziato. Sempre portando avanti quella cultura del lavoro inculcata loro dai genitori. Poi venne la generazione dei nostri genitori. Il boom economico di fine anni 60, l’istruzione che i nostri nonni potevano (e non senza sacrifici) finalmente permettersi di dar loro, le prime proteste.

Questa generazione era figlia di un benessere che ancora era ben poco compreso, ma poteva accedere alla cultura, cosa che ai loro padri ed ai loro nonni non era stata possibile. E fu cosi che loro, i nostri genitori, crearono noi e la nostra di generazione. Bel problema.

Ricapitolando. I bis-nonni, senza istruzione e senza la benchè minima conoscenza di quali fossero i loro diritti, tirarono una carretta pesante quanto una montagna (una montagna bella enorme però!).
I nonni continuarono a tirarla sempre con audacia e fermezza, ma poveri loro, sempre senza un’istruzione adeguata che avrebbe loro permesso di avere una vita migliore.I nostri genitori e la loro generazione ebbero questo privilegio: l’accesso alla cultura! Dai tempi dell’unità d’Italia agli anni 60, ogni generazione salì di un gradino sociale rispetto alla precedente. E questo avvenne sempre grazie al sudore di chi iniziò a tirare la carretta.

Ora tocca a noi…
Ma cosa troviamo davanti ai nostri futuri? Buio pesto e voglia di far niente…Siamo svogliati perché in fondo non abbiamo mai sofferto.
Noi rappresentiamo la regressione in quella scala che va dai nostri bis-nonni a noi. Noi siamo attesi si da un futuro meno roseo, ma non facciamo granchè per provare a renderlo migliore. Siamo fermi ad aspettare chissà cosa. E forse non aspettiamo nulla, ci culliamo soltanto. Ed intanto quella carretta non la tiriamo più…o se la tiriamo lo faccio di tanto in tanto!

Siamo fermi. Penso sempre di più che dovremmo vivere ogni giorno con l’esempio lasciatoci in eredità (insieme naturalmente ai bene materiali…non dimentichiamolo mai!) da quei grandi uomini che nemmeno abbiamo conosciuto di persona. Rimboccarci le maniche e continuare a tirare questa carretta. Anche se il futuro non sarà roseo, noi abbiamo il dovere di provarci. Altrimenti butteremo via anni ed anni di sacrifici che chi ci ha preceduto ha fatto per donarci un futuro migliore.

Penso che statue e monumenti rappresentanti criminali storici, uomini “grandi” che hanno fatto (loro?) questo paese, vadano riconvertite e dedicate con il massimo del rispetto a quei (non mi stancherò mai di dirlo!) grandi uomini che ci hanno permesso oggi, di essere qui. In modo da avere sempre ed ovunque davanti quell’esempio che spesso dimentichiamo di seguire.

Loro sono stati i veri eroi della nostra era. Loro,emigranti e lavoratori, gente semplice (non i Cavour ed i Garibaldi di turno), che non conosceva né l’inglese, né tantomeno il francese (e nemmeno l’italiano non avendolo potuto studiare), ma che partiva in terre straniere e lontane per portare quel benessere del quale ancora oggi godiamo. A loro anno statue e monumenti, a loro va la nostra stima ed il nostro rispetto.

Ma sono sicuro che se potessero parlarci, ci direbbero con molta franchezza che delle statue non gliene importerebbe un fico secco. Perchè loro erano gente attenta alla sostanza, non alla forma.
La loro cultura, anche se mancante di istruzione, era e sarà sempre l’esempio più bello che possiamo conservare. Sono loro i nostri eroi. Anche se spesso ce ne dimentichiamo.

Luca Rota

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