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11 gennaio 2011

Sport e avventura: storia senza lieto fine di un binomio imperfetto

Era l’undici gennaio 2005. Son passati sei anni da quando è morto Fabrizio Meoni. Eppure certi terremoti mediatici non si quietano.

Ci sono domande nella vita dell’uomo, che non avranno mai una risposta certa, sicura, effettiva tanto da sembrare proprio vera e sincera. Altre domande che resteranno lì, sospese come eterne spade di Damocle, pronte a cadere sulla testa di tutti per spegnere quel maledetto ronzio provocato dai mille perché che come uno sciame di api in aperta campagna si accalcano ronzanti e fameliche attorno a quel che resta del nostro cervello ormai ridotto in poltiglia dalle mille malefatte che commettiamo ogni giorno per conquistare il cosiddetto “posto al sole “( sia chiaro non si tratta della soap- opera.

La precisazione è d’obbligo poiché mi risulta che la massima aspirazione per un giovane oggi e sfondare nel mondo dello spettacolo, la qual cosa e bene dirlo non è sempre facile, ma del resto se c’è l’ha fatta Costantino uomo più simile a un manichino che a un uomo la porta della speranza è aperta per tutti(tranne che per me. Mi trovo molto brutto e forse chissà è per questo che scrivo).

Ma il tempo delle illusioni finisce presto. Quel che resta si concentra tutto in una solitaria ed enigmatica domanda: “Perché?”. Tale interrogativo che da sempre si nasconde dietro ai nostri dubbi insinuandosi nei nostri candidi sogni fino sovente a tramutarli in terribili incubi che ci fanno battere forte il cuore trafitto a morte dal vento della paura del dubbio e dell’incertezza che come tanti piccoli pezzi di vetro si conficcano senza pietà nel nostro cuore fino a farlo scoppiare ed evaporare nell’arido e consumato mondo del “siamo tutti uguali” per scoprire poi che l’unica cosa veramente uguale e sempiterna e l’egoismo che come un orrido serpente a sonagli si agita dentro ognuno di noi mordendoci il cuore e mangiandoci l’anima.

Cose della vita. Disgrazie del nostro tempo ma che accidenti non servono a spegnere l’eco della voce che è dentro di noi che è sempre lì a chiederci il conto delle nostre miserie quotidiane aspettando che suoni la campana del riscatto, della resurrezione, della rivincita.

Ma intanto il suo tremendo urlo di morte sale sempre di più fino a oltrepassare le barriere dell’infinito il muro del suono la vita sembra quasi travolgerci. Non c’è rimasto più niente, nulla, nisba. Solo la domanda: “Perché!!!”
Essa si fa più martellante quando assistiamo in diretta alla morte di qualcuno che forse non hai conosciuto visto, vissuto in prima persona ma a cui comunque senti di voler bene “solo” perché difende i colori del tuo Paese dell’Italia di quella patria che nessuno forse ama più come un tempo, ma a cui ci sentiamo tutti profondamente legati quando di mezzo c’è un pallone, un motore una competizione importante, un sogno da realizzare, una scommessa da vincere.

Tutte componenti che appartenevano allo sportivo e all’uomo Fabrizio Meoni ancora in sella alla sua moto nell’ultima Parigi – Dakar per vincere e vincere ancora. Ma qualcosa sul sentiero dorato della gloria e dell’apoteosi non ha funzionato. E’ andato storto. In fondo, non ci vuole nulla per guadagnarsi un posto nell’aldilà. Basta un passo. Fabrizio Meoni quel passo, l’ultimo, lo ha compiuto.

E tutti a chiedersi appunto “perché”? e passato il momento della disperazione e del lamento tutti a porre la stessa identica domanda: esiste, e qual è un rapporto fra sport e avventura? O meglio, è possibile applicare l’etichetta di attività sportiva a imprese che si definiscono estreme, e per questo stesso motivo aperte a una vera e propria élite di praticanti che spesso rischiano sulla propria pelle per offrire mormorii di meraviglia e occasioni di stupore all’opinione pubblica?

Sulla spinosa questione molti critici si sono esercitati in opinioni più o meno plausibili, ed io per non essere da meno, tenterò di porre sul tavolo della discussione qualche piccola e innocente riflessione. La Parigi – Dakar, non può essere definita estrema in senso classico: e tuttavia richiede un tale spiegamento di mezzi e di strutture da selezionare preventivamente per capacità, resistenza e spirito di sacrificio chi sceglie di parteciparvi.

Più in generale, lo sport, nato come svago e divertimento, come esercizio del corpo a fini militari o di sopravvivenza, è per definizione una sfida ai limiti delle possibilità umane: quindi contiene in sé il germe dell’avventura inteso come esplorazione delle capacità dell’uomo qualunque sport si pratichi dallo stracelebrato calcio al tanto salutare nuoto passando per gli elitari golf e tennis.

Se il principio è valido in assoluto, non è possibile porre confini alla definizione di sport, e a ciò che sotto questa definizione va legato. Il limite è solo quello che nasce dalla ragionevolezza e dal buon senso: la ricerca del rischio in quanto tale, infatti, oltre a escludere i più dalla pratica di una disciplina, fa sconfinare tutto nell’assurdo. E ciò non è assolutamente possibile. E allora i mangiatori di fuoco e i saltimbanchi andiamoli a cercare al circo: di altri circhi lo sport non ha bisogno.

Gaetano Santandrea

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