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13 aprile 2011

Medicina e Internet

Pubblicato sul British Medical Journal un interessante articolo in merito a una ricerca della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Firenze. Alcuni ricercatori dell’Università di Firenze hanno fatto una ricerca in merito alla pubblicità ingannevole in reteL’Università degli Studi di Firenze si è distinta anche all’estero firmando un articolo sul British Medical Journal che, oltre tutto, può essere utile per aprire gli occhi a tutti noi “utenti della rete”.

L’articolo è stato scritto da Marco Masoni, Maria Renza Guelfi e Gian Franco Gensini della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Ateneo, e ha come argomento Internet e la sua regolamentazione.

Lo sapevate che mentre noi siamo collegati e navighiamo tranquillamente facendo le nostre belle ricerche utilizzando i motori di ricerca, diventiamo anche bersagli di pubblicità ingannevoli e fuorvianti da parte di industrie che operano in ambito sanitario?

Gli studiosi fiorentini hanno iniziato le loro ricerche nel febbraio 2009 monitorando per mesi gli annunci sponsorizzati restituiti da Google. Utilizzando le parole chiave “laetril” ed “essiac” – due sostanze spesso chiamate in causa come possibile cura nei confronti di patologie oncologiche – è stato scoperto che i link sponsorizzati e provenienti da aziende che operano nel campo sanitario indirizzano a pagine web che, poi, non contengono informazioni pertinenti rispetto alla parola chiave inserita dall’utente.

Insomma, abbiamo a che fare con modalità di “marketing medico” dal momento che le industrie farmaceutiche attraggono gli utenti alla rete col fine di aumentare il numero di accessi ai loro siti web.

Le industrie che operano in ambito sanitario investono molto denaro nella pubblicità online utilizzando spesso il “search advertising”, uno strumento che consente di visualizzare annunci pubblicitari accanto ai risultati che i motori di ricerca restituiscono in funzione delle parole chiave utilizzate dagli utenti. Ma trarli in inganno non fa parte del gioco.

Purtroppo, come accade per il mondo della rete in generale, non esistono disposizioni specifiche relative alla pubblicità sanitaria online e, di conseguenza vengono applicate norme generali valide per tutti i media. Ovviamente, la scoperta fatta dai ricercatori fiorentini rappresenta una pratica sbagliata e decisamente poco “etica”, e per capirlo non è certo necessario ci sia un’apposita legge che lo stabilisce.

Tuttavia i ricercatori fiorentini suggeriscono una netta ed efficace presa di posizione da parte delle agenzie di regolamentazione per tenere sotto controllo non solo gli annunci ma anche l’inserimento delle parole chiave che ne producono la visualizzazione.

Roberta Restretti

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