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21 aprile 2011

Jon Fosse, sogno d’autunno al Teatro Vascello di Roma

Ti posso spiegare di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli
Jon Fosse, sogno d'autunno al Teatro Vascello di Roma

Jon Fosse, sogno d’autunno al Teatro Vascello di Roma

Al Teatro Vascello di Roma rappresentazione di “Sogno d’autunno” di Jon Fosse, in programmazione fino 23 aprile 2011. Regia di Alessandro Macchia.

Un cimitero senza croci, segnato solo da una trama regolare di nomi e cognomi, date di nascita e di morte di chi è stato e non è più. Un uomo e una donna s’incontrano. Lui sembra essere giunto lì in anticipo per il funerale della nonna. Lei sembra esserci capitata per caso. In un presente ellitticamente eterno, una conversazione afasica, interrotta, rivela tra i due un passato imperscrutabile e l’attrazione dell’uomo per la morte.

“Sesso,che parola, e Dio sono la stessa cosa comunque più uno ne parla, ecco… di Dio e più svanisce quello di cui stiamo parlando, e alla fine, rimangono solo le parole”…

Queste le “parole”, che decretano una vividità trasdotta nelle fondamenta di quel trascendentale che disegna l’aspetto dell’uomo, secondo le matite di Jon Fosse, che spoglia le sue creazioni di ogni senso psicologico, o meglio di ogni psicologia insensata.

Lo spettacolo di Macchia riflette come una pittura d’azione a tutta tela,il disagio di un testo che concretamente parla di morte,scelte registiche che portano a dirigere i personaggi maschili verso un’impossibilità di affermazione, un’implosione continua e violenta,mentre porta le tre donne in scena ad un atteggiamento sospeso e onirico. Perché la piece è la rappresentazione di un sogno,donde, il regista la presenta come un dubbio esperienziale da lasciare al pubblico, in breve, se non fosse per il titolo che anticipa l’opera, si è facilmente portati a confondere l’onirismo con la dimensione fantasmatica raccordata alla realtà.

La drammaturgia fossettiana lucida di una contingenza e di una consapevolezza del limite di una società che dis-umana,rimanda ad un esistenzialismo linguistico, che si ripete e si perpetua , un eterno ritorno nietzschiano fiorisce nella geometria di un lavoro attoriale che si esegue in scelte forti di lavoro sul personaggio,anche se non tutte azzeccate, ma le interpretazioni di Sergio Romano,che sfociano in una complessità verbale ed emotivo, e di Viola Graziosi, lucidissima ed intelligentissima ad entrare subito nel fluttuante esprimersi, risultano l’asso nella manica di un regista giovane con idee chiare, prive di didascalia scenica, capace di dare vita ad una scenografia costruita nella sua intimità più nera, come Fosse l’ha pensata.

Sicuramente una promessa della nuova regia italiana. Sentiremo parlare di lui. Veggenza permettendo.

Mauro Racanati

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