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30 Maggio 2011

Evoluzione, cultura e cooperazione globale

Crescono le differenze comportamentali tra gli abitanti dei diversi continenti, mentre lo spirito globale dell’umanità resta immobile ed etereo.

L’obiettivo primordiale dei grandi del pianeta è realizzare lo sviluppo dei popoli, un’economia globale che possa rappresentare tutte le culture esistenti e che sappia perseguire le vie dello sviluppo sostenibile, recidere le differenze, dirimere i conflitti, realizzare quello che Kant definiva “Governo Mondiale”.

In realtà il mondo si evolve in maniera non del tutto uniforme. La cultura, i fattori ambientali e geografici favorevoli o avversi, la diversa distribuzione di ricchezze naturali, le vicende politiche, economiche sono le cause più rilevanti dell’assenza di un unitario sviluppo etnologico mondiale.

Secondo uno studio condotto da scienziati dell’Università statunitense dello Utah le differenze genetiche individuali tendono a crescere progressivamente tra i diversi continenti. Usando una tecnologia all’avanguardia, gli antropologi sono riusciti a decifrare il nostro Dna e a registrare che l’evoluzione umana è cresciuta a dismisura negli ultimi 40 mila anni.

“Sul finire dell’ultima era glaciale, 10 mila anni fa, ci sono stati dei cambiamenti stupefacenti. – spiega Gregory Cochran, docente dell’Università dello Utah– Ci stiamo differenziando sempre di più, soprattutto perché ci sono molte popolazioni rimaste in un relativo isolamento genetico da 40 mila anni.

Più sono gli abitanti del pianeta, maggiori saranno le mutazioni. La storia assomiglia sempre più al copione di un racconto fantastico, in cui i mutanti aumentano soppiantando il resto dell’umanità. Talvolta in maniera pacifica, talaltra con guerre di potere”.

Tuttavia, le diversità genetiche non possono e non devono, in alcun modo, scalfire il principio di uguaglianza a beneficio della xenofobia, in quanto, il Dna umano è identico per tutti al 99%.

Tra l’evoluzione umana e l’ipostasi di un benessere diffuso in strati più o meno ampi della popolazione non esiste un’automatica relazione o corrispondenza. Il divario tra nord e sud del mondo è ancora del tutto palese. E’ probabile che alla base delle diversità vi sia la cultura, elemento catartico del progresso o dell’arretratezza, leitmotiv di una nazione.

Secondo il sociologo Weber l’origine del successo economico di una fetta di popolazione nordamericana e nordeuropea risiederebbe nella dottrina Calvinista della predestinazione. Il riformatore svizzero asseriva che gli eletti erano coloro i quali conducevano una vita all’insegna della produzione, del lavoro, studio e accumulo di ricchezza.

Così nacque la cultura del successo, dello sviluppo, degnamente tramandata ai posteri. Secondo alcuni studi ad influenzare la crescita economica di uno Stato sarebbero dei valori quali morale ragionevolmente permissiva, spirito di competizione e d’iniziativa, fulcri nevralgici del pensiero occidentale.

La cultura non va recisa, né biasimata. Va sicuramente accettata, rispettata e integrata. Il connubio tra cultura e sviluppo economico non deve rappresentare un problema. Le popolazioni in via di sviluppo potranno giovare degli apporti internazionali se e solo se sarà preservata la loro integrità culturale.

Esperire le vie dell’occidente sviluppato, mettersi al passo con il tempo, non significa dissolvere il passato di un popolo, ma tentare di salvarlo rendendone migliore la vita.

La teoria di Darwin si fonda sull’idoneità dell’individuo a sopravvivere in un determinato ambitus con le altre specie. Il leitmotiv della filosofia darwiniana alberga in un’idea di competizione tanto rovente quanto superflua. Tuttavia, stando a quanto riferiscono molti antropologi, sembra che la teoria della competizione abbia trasfigurato in maniera sintomatica il comportamento dell’uomo.

Le dicotomie ideologiche, in fin dei conti, tracimano in conflitti materialistici. Le risorse umane e planetarie svaniscono a causa delle guerre, nei fiumi dell’oblio.

Secondo Bruce Lipton, biologo cellulare statunitense:” L’evoluzione umana deve essere incentrata sul sentimento di cooperazione. Sulla base della percezione-mito della sopravvivenza del più adatto, abbiamo sperperato ingenti risorse energetiche continuando a lottare contro noi stessi.

Adesso dobbiamo riconoscere che la cooperazione è d’importanza nevralgica, poiché la crisi che oggi stiamo affrontando non riguarda la sopravvivenza dell’individuo umano adatto o inadatto, ma dell’intera comunità globale”.

Per Lipton, in sostanza, il determinismo genetico, l’idea secondo la quale il destino sia indelebilmente trasposto nei nostri geni, non ha più ragione di esistere, in quanto è l’uomo stesso, incentivato dai fattori ambientali e dalla comunità in cui vive, ad essere arbitro del proprio destino.

Aldilà di tutto, sembra sia veramente giunta l’ora in cui l’umanità cominci a focalizzare l’attenzione su ciò che va a beneficio della ricchezza comune, a cominciare dall’idea di cooperazione. L’umanità è un unico organismo vivente composto da tanta energia. Mai come ora l’apoftegma “et pluribus unum”(da molti uno) assume un significato tanto ermetico quanto nevralgico.

Antonio Migliorino

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