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15 novembre 2011

Assenteismo all’Università di Messina

Interminabile la lista dei capi di imputazione.

A cominciare dalla «fuoriuscita avvenuta con effettuazione della spesa di generi alimentari» fino all’ «ingresso effettivo nel luogo di lavoro successivo rispetto a quanto emerso dall’analisi del tabulato informatizzato delle presenze», passando per la più “comune” «fuoriuscita non giustificata».

Questo l’esito del blitz anti-antiassenteismo effettuato dai carabinieri della Sezione di Polizia giudiziaria nei primi mesi del 2004 nel plesso centrale dell’Università di Messina, a seguito di un esposto fatto pervenire in Procura da un anonimo.

Una volta concluse le naturali procedure di accertamento, finirono sotto processo cinque tra funzionari e impiegati dell’ateneo siciliano: Giovanni Arena, Caterina Caruso, Pietro Augliera, Tommaso Fulco e Santo Saija, tutti accusati di truffa ai danni dello Stato.

A difendere i cinque sospettati gli avvocati Anna Retto e Giovambattista Freni.

Un processo che ha conosciuto diversi rallentamenti, dovuti principalmente al continuo avvicendarsi dei giudici chiamati a dirimere la questione.

Ma proprio quando tutto sembrava ormai fermo, ecco arrivare la sentenza di primo grado, emessa dal giudice monocratico Maria Militello: quattro condanne e un’assoluzione.

Pene severe per Caruso e Augliera, condannati a 9 mesi di reclusione e 400 euro di multa, e per Fulco e Saija, 7 mesi e 200 euro di multa.

In tutti e quattro i casi, però, il giudice ha riconosciuto le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti e ovviamente la sospensione della pena.

Deluso il pm Vittorio Lo Giudice, il quale, lo scorso 29 settembre, aveva chiesto per i suoi assistiti la piena assoluzione, «perché il fatto non sussiste».

Completa assoluzione solo per il funzionario dell’ateneo Giovanni Arena.

Il suo difensore, l’avvocato Anna Retto, aveva infatti provato che il suo assistito percorreva una strada esterna «per esigenze di lavoro, per raggiungere l’ufficio del suo superiore»,e che «le sue mansioni il più delle volte si svolgono fuori dall’ufficio».

Assente, invece, la parte civile. L’Università ha infatti deciso di non costituirsi in giudizio.
Una decisione che ha fatto molto discutere, alimentando rumors e chiacchiericci di ogni genere.

Nessuna condanna “esemplare”, insomma.

Un verdetto, diciamocelo, piuttosto “blando” (in molti l’hanno definita una “pagliacciata”), che, tuttavia, non cancella quello che passerà alle cronache come il capitolo più buio della storia dell’ateneo siciliano.

Matteo Napoli

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