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14 novembre 2011

L’UNIVERSITÀ CINESE STA FALLENDO?

Chi osserva l’Università cinese in maniera “occasionale”, ha la convinzione che questa sia in continua crescita, con i suoi sette milioni di immatricolati l’anno, e un milione e mezzo di laureati, di cui ottocentomila ingegneri (rispetto ai centoquarantamila circa degli Stati Uniti).

Pechino e tutta la Cina continuano ad investire nel sistema universitario, costruendo nuovi Atenei ultramoderni, avanzatissimi, a un ritmo senza precedenti, spendendo miliardi di dollari, per trasformarli in possibili rivali di Yale, Harvard e del Mit. Il gap fra la quantità (2300 Atenei) e la qualità degli Atenei è profondo, solo due risultano nei primi cento fra gli Atenei più importanti al mondo, secondo una classifica del ”The Times”.

Con la convinzione che l’innovazione e il denaro possono tutto, Pechino ha investito molto, nella speranza di creare centri di eccellenza, ignorando però, il fatto che senza mettere da parte il sistema autocratico e burocratico, che mette il bavaglio alla creatività, alla libertà nei college cinesi, l’enorme spesa per l’istruzione superiore avrebbe portato solo corruzione e molti sprechi.
A tal proposito, sembra oramai arenato, l’esperimento di creare un’università, libera dal giogo del Partito Comunista.

La South University for Science And Technology (SUST) di Shenzhen, non riesce a prendere il volo, giacché il suo rettore Zhu Quingshi, più che occuparsi di questioni organizzative, culturali deve preoccuparsi di divincolarsi dalle continue incursioni del governo cinese. Quest’Università poteva rappresentare un passo verso un sistema universitario libero dal controllo governativo, ma non è stato così.

Le Autorità governative cinesi sono preoccupate dall’attivismo politico che da sempre ha contraddistinto i campus universitari e di conseguenza esercita ferrei controlli, tant’è che solo membri fedeli al partito, possono ricoprire cariche amministrative, anche senza particolari doti accademiche, né brillanti capacità manageriali: la conseguenza è un’Università nelle mani di “carrieristi”senza prestigio culturale.

A questo si aggiunge il fatto che la maggior parte dei professori è interessata a fare soldi più che a insegnare, ne sono una prova, gli innumerevoli casi di plagio verificatisi negli ultimi anni.

Zhu Quingshi ha cercato di combattere contro questa tendenza dei docenti a pensare più alla scalata dell’establishment del partito, che alla qualità dell’insegnamento e a riguardo aveva dichiarato: ” Uno dei maggiori ostacoli che le Università cinesi incontrano nello sfornare talenti per la ricerca è la cultura burocratica, che dilaga nei campus”.

Da quando è direttore della Sust, ha provato a creare un’università libera in cui i professori siano nominati dal rettore e da un comitato universitario e non “consigliati”dall’alto degli scranni politici, ispirandosi all’Univerity of Science and Technology di Honk Kong (una delle migliori università asiatiche), ma anche ad istituti universitari occidentali che ha visitato nel corso della sua carriera, ha purtroppo incontrato enormi barriere.

Il suo progetto di reclutamento di docenti e dell’istituzione di un Consiglio universitario libero, è fallito poiché accusato dagli stessi consiglieri assunti, che provenivano dall’Univerity of Science and Technology di Honk Kong, di avere scarse doti di management. Li Jianshu, uno dei consiglieri (professore di matematica dell’Hong Kong University) ha dichiarato: ”Ha aperto l’Università prima di avere un piano adeguato e un sufficiente numero di docenti”.

Una matassa difficile da sbrogliare che rischia di riportare sotto il controllo governativo quella che doveva essere la prima università libera del paese asiatico.


LUCIA CELENTA

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