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22 gennaio 2012

Il profilo del vicino è sempre più verde

Nel 2007/2008 ad avere un profilo Facebook, in Italia, erano davvero in pochi.

Oggi sono davvero in pochi a non averlo.

Un mezzo utile, sotto tutti gli aspetti, da quello lavorativo al relazionale: consente di rendere ancor più serrati ritmi di “produzione” (in tutti i sensi), mantenere rapporti a distanza o addirittura far conoscere persone che probabilmente neanche si vedranno mai.
Chi di noi non ha almeno un “Amico facebookiano“?

E dopo Facebook, Twitter, caratterizzato da un’obbligata espressione (auto)limitata, molti altri siti hanno preso il via sull’onda della Social Network Mania: possibilità infinita di condividere stati d’animo, impressioni, video, link, fotografie, nel vortice del virtual social sharing, che, secondo uno studio della Utah Valley University, pubblicato su Cyberpsychology, Behavior and Social Networking, sarebbe alla base della depressione collettiva che sta coinvolgendo gli utenti di Facebook.

I sociologi Hui-Tzu Grace Chou e Nicholas Edge hanno intervistato circa quattrocento studenti universitari, tutti provvisti di profilo Facebook, chiedendo loro di rispondere a quesiti riguardanti il proprio benessere e quello degli amici presenti tra i loro contatti sul social network e la differenza tra l’amicizia virtuale e il rapporto effettivo nella vita reale.

Il 95% dei ragazzi intervistati era iscritto a Facebook, in media, da almeno due anni, e vi si collegava per un totale di cinque ore settimanali.

E fin qui, a parte, forse, una leggera alterazione del dato reale delle ore totali di collegamento – dovuto probabilmente all’alienazione temporale a cui siamo soggetti davanti al computer, che rende 1 ora pari a 10 minuti percepiti – tutto “normale”.

Il dato eclatante è stato quello per cui la maggior parte degli intervistati riteneva che gli altri utenti avessero, in sostanza, una vita migliore della loro, più serena e gratificante, mentre consideravano la loro nevrotica e sfortunata. Per contro, gli utenti meno affezionati al social network, con un maggior numero di amici “reali” che virtuali, fornivano risposte più equilibrate e meno pessimiste.

Il fenomeno, definito dalla dottoressa Chou “bias di corrispondenza”, si spiega come tendenza psicologica a giudicare l’altro in base al rapporto di superficie – o virtuale – che ci lega a lui, spesso erroneamente.

Le fotografie dei nostri contatti sarebbero il primo imputato di una latente depressione degli utenti: osservarle, o anche solo scorrerle con un ormai quasi automatico click (o tasto), creerebbe un metro di paragone tra la loro – patinata – vita, e la nostra.

Il punto è proprio qui: anche le nostre foto sono altrettanto patinate, in alcuni casi anche più degli altri. L’aiuto di software, di base o online, per la correzione dei difetti, della luce, da naturale a innaturale, contribuisce a rendere perfetta anche la peggiore delle fotografie, è sufficiente un discreto occhio estetico.
Ogni elemento condiviso sulle nostre bacheche (o timeline) è accuratamente selezionato in ogni particolare, proprio perché, condividendolo, coinvolgiamo potenzialmente il mondo a conoscere un dettaglio della nostra vita, e i lati negativi, a meno che non facciano comunque tendenza, sono scartati a priori.

Come si può uscire da questo vortice estetico di realistica finzione?
Smettere di comparare “le vite degli altri”, fra loro o con la propria, e se davvero non se ne può fare a meno, imparare a discernere realtà e finzione, giudicando con maggiore razionalità ciò che ci accingiamo ad osservare, riconoscendo, in tutta quella perfezione, il più grande dei difetti.

Chiara Bonome

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