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11 gennaio 2012

Le nuove tecnologie non aiutano “L’Italia dell’ignoranza”

Quando il governo ha deciso di tagliare i fondi alla cultura, probabilmente pensava fosse il metodo più semplice ed indolore per salvare la “baracca”, ma non si è soffermato a pensare che tutto ciò, a lungo termine, avrebbe causato gravi danni alla salute della cultura italiana.

Preparazione bassa, matricole universitarie incapaci di comprendere un articolo di giornale o di scrivere una lettera, scolari privi delle più semplici regole grammaticali, questa è l’amara realtà dei giovani studenti italiani che Graziella Priulla, docente di Sociologia dei processi culturali presso la facoltà di Scienze Politiche all’Università di Catania, fotografa nel suo saggio “L’Italia dell’ignoranza. Crisi della scuola e declino del paese” edito da Franco Angeli.

In duecento pagine l’autrice descrive la scuola e l’università italiana colpite dalla crisi e dai tagli. “Non è democratica una scuola che insegna solo a pochi, ma non lo è nemmeno una che insegna poco a tutti. Gli ultimi sono traditi due volte: la prima del contesto socio-familiare, la seconda da un insegnamento a bassa intensità”, commenta la docente.

Professori licenziati, classi super affollate, carenza di materiale didattico, di sedie, di carta igienica per non parlare della riduzione a soli sei dipendenti della fonte e fucina della lingua italiana: l’Accademia della Crusca , tutto ciò emerge dall’accurata analisi della Priulla.

In un mondo globalizzato, dove basta un semplice clic per sapere cosa accade nell’altra parte del mondo, dove è sufficiente una semplice ricerca per avere a disposizione documenti su documenti per approfondire le proprie conoscenze.

Secondo l’autrice i giovani non sanno utilizzare le nuove tecnologie, almeno non in senso produttivo e formativo: ricchezza ed ignoranza non vanno a braccetto, queste al contrario convergono laddove si fondono intelligenza e conoscenza e purtroppo, in questa sede, non c’è posto per la cultura italiana.

Pur se muniti di diploma, le giovani leve non riescono ad affrontare il mondo del lavoro e il Sud del paese si presenta in una situazione più complicata rispetto al Nord, in quanto nel Meridione vivono giovani con il più basso livello d’istruzione; inoltre, ci sono pochissime biblioteche pubbliche e, dato allarmante, il più alto tasso di famiglie che non posseggono un libro in casa.

Poi, va aggiunto, che i giovani italiani hanno un vocabolario molto ridotto, generato soprattutto dalla loro scarsa lettura e, di conseguenza, a livello espressivo, hanno difficoltà a farsi comprendere. Sono sempre questi giovani che considerano l’ortografia un optional, che sono incapaci di riflettere e, poco inclini alla concentrazione, non riescono più a far lavorare la fantasia.

Anche il ruolo del professore è in bilico, il quale ormai sta perdendo sempre più valore ed autorevolezza. Ma sono proprio questi che dovrebbero far capire loro, nell’attuale era digitale, che le nuove tecnologie sono un elemento in più, un surplus ai libri che già posseggono; dovrebbero saperle utilizzare per approfondire lo studio e non ritenerli semplici mezzucci per velocizzare il loro lavoro e giustificare le errate fonti delle loro scopiazzature.

Seguendo questa moda, gli studenti italiani stanno regredendo: trovano il compito già pronto online, lo stampano e lo consegnano senza leggerlo, accusando, spesso, il prof di non accorgersi (o fanno finta di non rendersi conto) del copia/incolla.

È un sistema che nuoce ai professori e agli studenti questo, che si deve arrestare quanto prima affinché la scuola rimanga un’istituzione seria, cercando di riscoprire quello sprint che scaccia via la rassegnazione e l’indifferenza e che da nuove speranze agli uomini di domani.

Teresa Sacco

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