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16 marzo 2012

Il problema dell’ecomafia discusso a Unis@und

Ci sono argomenti che “tirano” più di altri.

Non so perchè sia così, ma, questa non è una semplice considerazione, anzi rappresenta un dato di fatto con cui i lettori o i semplici addetti ai lavori devono fare i “conti”.

In un mio precedente scritto, ho parlato dell’argomento della legalità e della mafia, che è stato affrontato di recente nel programma Unis@und dell’Università di Salerno.

Un binomio oserei dire inscindibile perchè non si può parlare di legalità se non si estirpa, o quantomeno si riduce ai minimi termini l’atteggiamento di prevaricazione e di prepotenza che è proprio del fenomeno mafioso.

Fenomeno mafioso che si rende evidente sotto diversi aspetti.

Parlando in maniera più diretta, bisogna dire che i proventi che possono aversi dopo aver compiuto attività illecite sono di diverso tipo.

Coloro che “governano” i fili del malaffare (sembra paradossale dirlo) sono inseriti nel contesto sociale e culturale dell’ambiente in cui vivono.

“Governano” il “loro” territorio in maniera diretta servendosi di metodi che non sono propri di una società civile.

Ogni atteggiamento è funzionale al raggiungimento di un solo e determinante risultato: la potenza economia che indirettamente genera rispetto da parte degli affiliati.

Una delle piaghe che promanano dal fenomeno delinquenziale riguarda la problematica dell’Ecomafia.

Da molto tempo infatti, le maggiori organizzazioni criminose – che hanno il loro fortino nei territori del Mezzogiorno – ( Campania – Camorra; Sicilia – Mafia; Calabria – ‘Ndrangheta; Puglia – Sacra Corona Unita) utilizzano lo smistamento dei rifiuti tossici per arricchirsi.

Un giro di affari vorticoso, il cui fatturato,  supera i 19, 3 miliardi di euro. 

La beffa è ancora maggiore perchè ci si accorge che questo fenomeno porta metastasi non solo per i territori al sud dello stivale, ma, per tutto il bel Paese.

Già perchè il volume dei traffici illegali di rifiuti, secondo l’ultimo dossier pubblicato da Legambiente,  potrebbe coprire 1.117 chilometri. 

Ma non finisce di certo qui la questione; leggendo attentamente i numeri, ci si accorge – come dicevo –  che l’ecomafia, non caratterizza solo il sud Italia; no, perchè c’è un intreccio di cumuli di “spazzatura” che vengono smistati qua e la per il territorio italiano.

A dimostrazione di questo squallido intreccio, basta fare qualche esempio: il cumulo di immondizia della Lombardia finisca in provincia di Napoli (inchiesta Eurot), quelli pugliesi in Emilia Romagna (inchiesta Clean cars), mentre quelli abruzzesi finiscono in Grecia e Turchia (inchiesta Emelie)

Numeri, problemi, che sono stati discussi da alcuni “addetti ai lavori” che hanno preso parte al dibattito organizzato dalla redazione di Unis@und dell’università della valle dell’Irno.

“Quello di cui si parla” ha detto il giornalista e scrittore Nello Trocchia “è qualcosa di diretto che riguarda tutti noi. Non basta soltanto mettere dietro le sbarre i capi di questo business; bisogna continuare a dettare regole precise ed efficienti per estirpare questa fonte di guadagno per tutti coloro che “mangiano” di queste cose”.

Il dott. Antonio Pergolizzi, giornalista, scrittore  e coordinatore dell’osservatorio nazionale di Legambiente sulle ecomafie ha allargato l’angolo visuale del problema dicendo ” Quello che è stato detto nella presentazione dei numeri, purtroppo è la triste verità. Sono d’accordo con quanto detto dalle persone che mi hanno preceduto, ma credo sia anche giusto rendere merito a tutti coloro che quotidianamente mettono delle forze in campo per contrastare i problemi connessi all’Ecomafie. 

Sono molti gli interventi fatti, e dalla determinazione che vedo in giro, (non solo dagli organi di potere) sono certo che il fenomeno verrà contrastato con i mezzi più efficaci possibili”.

 

 

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