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5 marzo 2012

Numero programmato a Ingegneria: la Laurea è per tutti?

A partire dall’anno prossimo le matricole che intenderanno iscriversi alla Facoltà di Ingegneria non potranno essere più di 5000, 4.400 studenti comunitari e 600 extra Ue.

Il Politecnico introduce a Ingegneria il numero programmato,  una soglia massima di immatricolazioni per ogni anno accademico, lo stesso che avviene da anni alle facoltà di Architettura e Medicina.
Al Castello del Valentino, però, il numero di posti è definito da direttive ministeriali, mentre lo sbarramento nelle facoltà ingegneristiche è una decisione dell’Ateneo, deliberata dal Senato Accademico per porre un freno al boom di nuovi studenti che guardano a Torino come meta per la propria formazione.

Le aspiranti matricole si sottoporranno al test di ammissione entro le prossime settimane (ne sarà attivato uno al mese fino a settembre), e chi risponderà correttamente a oltre il 50 per cento delle domande potrà iscriversi subito all’Ateneo con uno sconto sulle tasse, senza aspettare le graduatorie finali.

L’introduzione del numero chiuso è stata di certo una decisione sofferta per il Politecnico di Torino, unico Ateneo della Regione che offre corsi di Laurea in Ingegneria.

Ma d’altro canto, spiega il neo rettore Marco Gilli, che fin dalla presentazione della sua candidatura al vertice del Poli aveva sostenuto la necessità dello sbarramento: «E’ necessario per garantire agli studenti una formazione di qualità”.

L’afflusso massiccio di studenti nelle università italiane è una questione delicata che si protrae ormai da molti anni. Già altre facoltà in precedenza hanno chiesto, e non ottenuto, uno sbarramento che filtri le entrate indiscriminate.

Il problema in realtà è più sostanziale. Oggi la  maggior parte degli studenti che escono dalle scuole superiori intendono il percorso universitario come una continuazione di quello scolastico. In realtà non è così. In realtà bisogna riaffermare che la laurea non è per tutti, nel senso che non tutti vogliono la laurea. In un sistema un po’ deficiente come quello italiano, la concezione che ci hanno fatto assumere dell’università è  simile a quella di un parcheggio. Non è retorica affermare che uno dei pensieri più comuni degli studenti è quello di continuare gli studi perché non si sa cosa fare altrimenti. Ed è così.

Gli studenti pagano ogni giorno, di anno in anno la mala gestione della cosa pubblica. Pagano ogni giorno lo scotto del disorientamento post-scolastico, acuito dal finto orientamento che funziona solo nei programmi ministeriali. Non ultima è la mancanza di idee, tradotta in mancanza di aspirazioni, che un giovane è costretto a sopportare. La costrizione, infatti, non è un’azione volontaria. Troppo spesso, anzi sempre, viene lasciato credere che chi non ha in possesso la laurea, chi non ha in mano una carta con giudizio, sia un semifallito privo di cultura. Viene lasciato immaginare che i giovani debbono urgentemente studiare e laurearsi per arrivare a non si sa bene che cosa, nel segno di un protocollo consumato da anni, senza capire che la cultura è sempre un fatto personale e non è mai generalizzata. Infatti quest’ultima, cioè la cultura ufficiale di massa, porta all’immobilismo sociale, alla schematizzazione ideologica e ad un complesso gioco collettivo in cui chi studia è considerato “superiore” a chi non lo fa.

Strana società,quella, in cui per dimostrare qualcosa non bisogna realmente valere, ma bastano numerosi pezzi di carta firmati e inseriti in una cartella personale dal nome curriculum.

 

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