• Google+
  • Commenta
12 marzo 2012

Recupero Staveco e Alma Mater: una sfida con i piedi di piombo

Staveco
Staveco

Staveco

Progetto di recupero della zona Staveco con l’Alma Mater Unibo.

Da un po’ di tempo stiamo seguendo passo passo l’ambiziosa sinergia tra Comune e Alma Mater: una collaborazione nel segno della valorizzazione reciproca e orientata alla condivisione virtuosa degli spazi urbani, nel segno della cultura e di una filosofia civica di solidarietà e cura.

In questa direzione vanno le iniziative di eventi e i progetti di riqualificazione pubblici; le agevolazioni economiche nella fruizione dei servizi; i tentativi di rendere i costi della città più accessibili.

Tra l’altro a Bologna è in corso un forum di ripianificazione strategica metropolitana che coinvolgerà tutti i corpi sociali in un contest previsto per il 29 marzo.

In questo contesto compisito e trasversale si inserisce una novità dell’ultima ora: il primo cittadino, Virginio Merola, avrebbe dichiarato di voler acquisire dal Demanio l’area Staveco e metterla a disposizione dell’Università per ospitare un Campus destinato a mille talenti, la facoltà di Lettere e Filosofia, il Collegio superiore dell’Alma Mater e il centro interfacoltà di Linguistica.

Per chi non lo sapesse l’Area Staveco è una vasta zona in passato adibita a presidio miliare di cui rimangono caserme e capannoni dismessi, ad oggi diventata in parte parcheggio a pagamento, in parte parco cittadino, il più grande per estensione, sito ai piedi delle colline e separato dal centro storico da un imponente muro di cinta che costeggia i viali di circonvallazione.

L’ex-Staveco, nel tempo, è stato oggetto di varie ipotesi di riqualificazione: prima si pensò di unirlo ai di poco distanti Giardini Margherita per regalare alla città una lunga cintura verde di natura ed ossigeno; poi fu concepita l’idea opposta di costruirvi una tangenziale di congiungine con l’hinterland. Dopo di che fu realizzato il punto di interscambio: un parcheggio giustificato dalla previsione di costruzione di una metropolitana per il collegato di tutti i quartieri bolognesi sino al polo fieristico.

Molti i movimenti cittadini per impedire scempi ambientali e per non sacrificare questo spazio territoriale così prezioso, in quanto unico elemento di discontinuità significativa tra architettura e propaggini collinari.

Tuttavia, non solo l’uso dell’area è rimasta parziale, ma non si è nemmeno provveduto ad eliminare il bastione che impedisce qualsiasi relazione visiva e comunicazione di vivibilità pedonale con il belvedere, nascosto appunto da una struttura nata come fortificazione di difesa. Tutto ciò crea senso di estraneità e indebolimento dell’identità storica del luogo.

Di più, all’interno, l’area dello Staveco è definita da una serie di piazze (in particolare quella in cui si trova una ciminiera in disuso) insieme a percorsi perpendicolari tra gli edifici e lungo i muri di confine verso le digressioni collinari.

L’evidente vocazione dell’area alla fruizione dei suoi spazi aperti, ha spinto nel gennaio 2011 il centro di comunicazione Urban Center (gestito da un Comitato composto da alcuni tra gli enti e le istituzioni maggiormente coinvolti nelle trasformazioni della città e del territorio, nonché nella definizione e nella promozione del “sistema Bologna”) a ospitare i laboratori degli studenti del master Program in Architecture della Carleton University (Ottawa) che svolsero il tema progettuale relativo all’analisi ed al ripensamento della vasta compagine dell’ex Staveco quale centro di interesse per lo sviluppo della città.

Nemmeno quest’iniziativa però ha impedito allo skyline di tetti rossi, torri e campanili, “guardie civitatis”, di incontrare la cesura fisica di un muro in mattoni alto circa 3 metri, caratterizzato in alcuni punti dalla presenza di scale in ferro e piccole torrette.

In questo modo sono scivolate le cose, fino all’incidente dell’anno scorso, quando, proprio la barriera contestata, ha ceduto agli acciacchi del tempo: nella primissima mattinata del 7 ottobre 2011 un tratto di cornicione (di ben 7 metri) è crollato dall’edificio, in prossimità del vecchio portone, sul marciapiede e su viale Panzacchi, riempendoli di grossi calcinacci.

L’episodio non è rimasto senza conseguenze, perché il miracolo che nessuno fosse in transito ha scongiurato tragedie, ma nondimeno l’episodio ha acceso i riflettori sullo stato di rovina in cui versa lo stabile pericolante, attualmente avvolto da transenne.

Per questi motivi la Procura ha deciso di aprire un fascicolo notificando informazioni di garanzia al direttore dell’agenzia del Demanio dell’Emilia-Romagna e al responsabile dell’unità della pubblica amministrazione che ha ingestione l’immobile:

“Le ipotesi di reato formulate dal procuratore aggiunto sono relative all’articolo 677 del codice penale, cioè l’omissione di lavori in edifici o costruzioni che minacciano rovina (compreso tra le contravvenzioni riguardo l’incolumità delle persone nei luoghi pubblici), e anche all’articolo 172 del decreto legislativo 42/2004 che riguarda l’eventuale inosservanza di prescrizioni della soprintendenza. In pratica l’indagine deve verificare se è stato fatto tutto quello che era possibile fare o meno. Se emergesse che è stato fatto tutto il possibile il fascicolo andrebbe verso l’archiviazione.” (cit. Corriere on line del 12.10.2011)

Dall’esito di una consulenza è emerso che a causare il crollo è stato un improvviso cedimento di una trave in legno che ha interrotto la continuità della superficie coperta. Un fatto che non è prevedibile perchè non preceduto da distacchi seppur piccoli, nè prevenibile se non con accurata e dispendiosa attività di ristrutturazione straordinaria. Per questo è questo il pm Valter Giovannini ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta:

Il fatto non sembra nemmeno collegabile a un modesto e precedente cedimento di un pezzo di cornicione, non molto lontano dalla zona del primo crollo. Di conseguenza, secondo l’accusa, viene meno l’elemento psicologico del reato cioè l’omesso controllo. L’intera area è stata messa in sicurezza e non ci sono rischi per l’incolumità pubblica in attesa però di interventi che, secondo accertamenti, ammontano a circa 800 mila euro.” (cit. Corriere on line del 15.02.12)

Ed arriviamo a marzo di quest’anno, ora, la storia dell’ex-Staveco sembra aver inaugurato un nuovo capitolo. La possibilità che esso diventi un’arteria dell’università sembra rispondere a molte esigenze: la necessità dell’UniBo di avere nuove sedi rispetto a quelle attuali insufficienti e la necessità di allentare la tensione tra i residenti del centro storico ed i locali notturni per i giovani universitari.

Per questoimotivo il Rettore Ivano Dionigi si è detto contento, ma prudente:

Per quanto riguarda la fattibilità, legata fatalmente a diversi fattori e attori, siamo al tempo zero. Spetterà ora a un tavolo di lavoro valutare proposte e progetti coerenti e realistici, con la piena consapevolezza che siamo in presenza di decisioni della massima rilevanza strategica per il futuro dell’Università e dell’intera città.” (cit. Corriere on line 09.03.12)

Insomma non si saprà ancora quale sarà la destinazione di un’area così preziosa per il bene comune di chi vive a Bologna: diventerà campus di talenti? Moderna Stoà tra filari di alberi ed orti? Residence studentesco a prezzi modici? Polo interculturale, multidisciplanare, tempio delle arti e delle scienze?

Bologna può di nuovo raccogliere una grande sfida per tornare ad essere all’avanguardia e viva come una piccola città dall’atmosfera e la sapienza europea, un faro cosmopolita di conoscenza ed amore per l’ambiente.

Google+
© Riproduzione Riservata