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7 aprile 2012

Atenei pugliesi? L’autorevole «Times» preferisce bocciarli

Gli informatissimi ben sapranno che qualche giorno fa, il «Times», autorevolissimo quotidiano statunitense, ha pubblicato una classifica dedicata all’eccellenza accademica. La classifica “Times Higher Education”, rende noti i nomi delle migliori 100 università al mondo, stilando un inventario che annovera fino a 400 università.

Come intuibile, la posizione delle università, non deriva da una scelta preferenziale o limitata alla notorietà di alcune accademie a dispetto di altre. Anzi, poggia su specifici e meticolosi indicatori di qualità al fine di rendere la lista ottimale per chi deve iscriversi e non ha ancora le idee molto chiare.

PARAMETRI DI VALUTAIONE
Si tratta di 13 indicatori di performance raggruppati in cinque precise macrocategorie: insegnamento, internazionale outlook, industria del reddito, ricerca e citazioni.
A ciascuna macrocategoria viene assegnata una quantità di influenza in punti percentuali.
L’insegnamento, cioè la didattica e i metodi utilizzati dai docenti, è valutato con massimo 30 punti percentuali; l’internazionale outlook, cioè lo sguardo internazionale a docenti, studenti e ricerca può raggiungere il 7,5%; l’industria del reddito, concernente aspetti economici e industriali, influisce solo per un 2,5%; maggiore rilevanza stimata in 30 punti percentuali viene conferita alla ricerca, intesa come produzione in materia, proventi e reputazione; il restante 30% è definito dalle citazioni, cioè l’influenza delle ricerche universitarie, un parametro strettamente dipendente dalla ricerca.

“LE TOP 100” DELLA CLASSIFICA
Nelle prime posizioni campeggia il “California Institute of Technology” totalizzando quasi il 95% del punteggio, la sua “imperfezione”, secondo i parametri, sarebbe l’international outlook. Di fatto, molto più note a livello globale risultano essere università come Harvard e Stanford, che devono accontentarsi rispettivamente del secondo e terzo posto, abbandonando l’idea di perfettibilità che le ha sempre ovattate nell’immaginario comune del sogno americano collegiale.

Ma in Europa come siamo messi? La migliore è la “Università of Oxford” che avrebbe certa possibilità di superare le tre summenzionate se non fosse vittima del fattore reddito, che la penalizza superando di poco la metà dei punti richiesti.
Tra le migliori prime cento anche il “karolinska institute” svedese e l’Università di Losanna che si attesta 46sima. Tra le 100 compaiono altre università del vecchio continente sia francesi che tedesche, ma anche belga e olandesi.

L’ITALIA CHE FINE HA FATTO?

Il primo Ateneo della penisola occupa la posizione 226, si tratta dell’“Università degli Studi di Bologna”, suo punto forte le citazioni, seguita dall’“Università degli studi di Milano”, l’“Università Bicocca”, l’Ateneo di Padova, quello di Trieste. L’“Università degli studi di Trento” è lontana dalle altre, occupa il posto 276 risultando molto debole in ricerca e insegnamento. Peggio le università di Ferrara e Modena solo trecentesime, così come il “Politecnico di Milano”, l’”Università di Pisa” e la stessa “Sapienza” di Roma.

Ma peggio di loro le pugliesi.
L’“Università Aldo Moro di Bari” è la numero 352, mentre l’“Università del Salento” è tra le ultimissime nel mondo e sicuramente l’ultima tra le italiane.
L’Università di Bari, secondo il «Times» non eccelle in niente. Nel dettaglio l’insegnamento raccoglie solo il 23,1% , l’internazionale outlook il 30,5%, l’industria del reddito il 30,6%, la ricerca il 17,4% risultando una piaga imbarazzante e infine per le citazioni un misero 35,1%.

Più degradante l’ateneo salentino, come dimostra la postazione in classifica. Presenta in insegnamento il 26,5%, in internazionale outlook il 24,4%, in ricerca il 19,1%, in citazioni il 27,2%. Ma emerge un dato davvero interessante quanto a industria del reddito, perché, l’Università del Salento raggiunge il 73,1%.
Un dato, quest’ultimo che dovrebbe far riflettere per diverse ragioni.
Se ragioniamo in termini di classifica, l’università leccese avrebbe potuto aspirare a postazioni più gratificanti se l’indicatore reddito avesse sortito maggiore rilevanza (come già detto, influisce solo per un 2,5%).
Ancora più interessante, invece, è appurare che un reddito così lucroso non si registra neanche sul podio della classifica. Infatti, la stessa Harvard raggiunge a fatica il 36% e la Stanford il 64%.

Il mediocre risultato delle università pugliesi, nella lista dell’autorevolissimo quotidiano, è soltanto il risultato di punti percentuali, statistiche e numeri. Tuttavia le ragioni di un evidente insuccesso andrebbero approfondite, anche perché i segnali di allarme sono tangibili anche in materia di iscrizioni. Nell’ultimo anno, l’università Aldo Moro ha perso più di 2600 iscritti.

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