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14 aprile 2012

Laureati senza lavoro, vittime dei «gap» delle università italiane

Cercare oggi un lavoro in Italia è un desiderio più simile a un ideale che a una concretezza. Un po’ come cercare un orecchino perso in mare, coltivare zucchine e melanzane in pieno inverno o aspettare di vincere la lotteria Italia. Ci sono evidenti possibilità di rimanere delusi nonché misere e opinabili vie per tagliare il traguardo.

Eppure oggi in Italia esistono delle concrete e allettanti offerte di lavoro, soprattutto in specifici settori pronti a occupare giovani grazie alla maggiore domanda e alla minore reperibilità di forza lavoro nel settore. Ne sono esempio ingegneria e medicina.

Dunque, per neo-dottori e neo-ingegneri, la ricerca del lavoro può non essere una chimera. Un po’ come ritrovare l’orecchino caduto in mare grazie al luccichio del sole, raccogliere zucchine e melanzane in inverno con la benevolenza di un mite febbraio e di un caloroso marzo o comprare un biglietto della lotteria vincente. Sembra molto improbabile, ma potrebbe anche capitare!

Mai però cullarsi nell’illusione che sia possibile ottenere un ambito lavoro solo grazie al bacio della fortuna e delle sue complici congiunture. Perché la fortuna serve, ma solo se accompagnata da una “specifica preparazione”.

Infatti, capita a molti neo dottori di presentarsi a un colloquio di lavoro, il che è già una fortuna. Tuttavia, anche a fronte di brillanti curriculum, lauree con lode, master e stage aziendali, molti candidati non posseggono i “requisiti giusti”, quelle credenziali specifiche che il candidato ideale dovrebbe vantare per ottenere il bramato posto di lavoro.

Un problema che allarga la macchia della inoccupazione, producendo un gap preoccupante.

Allora, pragmaticamente, è il caso di domandarsi: cosa cercano le aziende? Cosa manca ai neolaureati? Fondamentale l’inglese, che non sia scolastico o viziato nella pronuncia. Serve un inglese perfetto, acquisibile solo con esperienze all’estero. Punto secondo si richiede la capacità di fare squadra, lavorare in team senza privilegiare l’individualità come ambizione e carriera. Tecnicamente la definiscono «soft skill» e i profili dei reclutati per l’ottenimento di un lavoro ne sono palesemente carenti. Nessuna competenza nella gestione del fattore tempo o di problem solving.

Chi sono i responsabili dell’incompatibilità in Italia tra le competenze maturate e quelle necessarie per lavorare? Perché nella maggior parte delle altre nazioni europee non esiste questo gap?

Semplice. Chi pecca è l’università, legata ad ataviche tecniche di apprendimento e insegnamento che producono laureati disorientati e inesperti.

Sarebbe importante capire che non basta la teoria, se questa non è accompagnata dalla pratica aziendale reale e rispondente ai nuovi parametri del mercato. Sono positivi gli slanci verso i new media, i social, anche se solo di recente hanno coinvolto le università italiane. Vengono apprezzate la disponibilità al lavoro e la flessibilità che nobilitano molti laureati. Doti sicuramente richieste ma insufficienti, perché tutto ciò non basta, ed è dimostrato.

Al riguardo il prossimo lunedì verrà presentato l’esito della “prima indagine sulla formazione dei neolaureati ed esigenze di impresa”, realizzata dalla IULM in collaborazione con Crui e Centromarca. Si tratta di un’indagine condotta su 125 aziende, finalizzata a rilevare la congruenza tra formazione universitaria e parametri di reclutamento. Un esito, in realtà, più propenso a sottolineare l’incongruenza tra i due fattori, a dimostrazione del bisogno di rivedere i metodi fino ad oggi utilizzati.

Per farla breve, il lavoro scarseggia e se esiste non è facilmente accessibile, in quanto stando alla carta, cioè a lauree e master, si potrebbe ottenere, ma, stando ai fatti, non ci sono le capacità necessarie.

Mentre il Ministero dell’istruzione dovrebbe rivedere i canoni di insegnamento con provvedimenti che richiederanno tempi lunghissimi, si consiglia di “fare da sé”.

Cioè sanare per conto proprio le lacune. Magari viaggiando all’estero, masticando l’inglese, perfezionandolo e facendo esperienza in nazioni diverse. Poi ritornare in Italia senza il “gap” e mettersi nuovamente alla ricerca di un lavoro.

Per trovare una occupazione sono indispensabili fortuna e capacità, circostanze favorevoli e virtù personali, un po’ come quel Principe di Niccolò Machiavelli, che sembrava non essere abbastanza degno di governare senza le due doti, fortuna e bravura, racchiuse nel virtuosismo.

Purtroppo da Machiavelli ai giorni nostri i fatti insegnano che ai governatori, “principi” di oggi, il virtuosismo è un alieno. A molti di loro bastano raggiri e buone parole, mentre sono i ragazzi in cerca del futuro a fare vere imprese nella società. A loro, il virtuosismo, servirà in massicce dosi per poter un domani tagliare il traguardo.

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