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25 Maggio 2012

Cosa si legge sui muri della città? “Fornero al cimitero”

“Fornero al cimitero”. E’ questo che si legge sui muri delle città. Nella fattispecie, la foto è stata scattata a Roma nei pressi dell’ingresso di una metro. Questa è una delle tante che si può leggere passeggiando per la città.

Mentre il Ministro del Welfare discute della riforma del lavoro, si sente nell’aria un malcontento generale. Aria fitta di precarietà e disoccupazione. E’ negatività quella che aleggia soprattutto tra i giovani. Quei giovani che non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro. Ci sono delle parole chiavi sentite e risentite in questo ultimo periodo: mobilità, non posto fisso, flessibilità. Ebbene, i giovani si sforzano, ci provano, lottano per avere quella tanto desiderata indipendenza dallo stato familiare, per sentire quella sensazione di soddisfazione che si prova quando non si devono chiedere soldi ai propri genitori per una pizza il sabato sera o una ricarica al cellulare. Peccato che questa sensazione è meramente illusoria.

Non c’è bisogno che l’ISTAT ce lo ricordi costantemente che sono sempre in aumento i giovani che sono costretti a permanere in famiglia perché incapaci di pagare un affitto, le bollette e a fare la spesa. Incapacità dovuta allo stato di cose in cui sono costretti a vivere.
Leggere i dati che l’ISTAT comunica sono estremamente sconfortanti: sono in diminuzione i giovani con un’occupazione: 93 mila tra i 15 e i 29 anni e 66 mila tra i 30 e i 49 anni. Aumenta il numero di quelli che restano in casa: il 41,9% dei giovani tra 25 e 34 anni vive ancora in famiglia e per il 45% la motivazione sta nella mancanza di lavoro e quindi nell’impossibilità di mantenersi autonomamente. Non solo: tra i 15 e i 29 anni cresce la quota dei Neet (not in education, employment or training) ossia, coloro che non studiano e non lavorano che nel 2011 hanno raggiunto i 2,1 milioni pari al 22,1%.

Tuttavia, non ci si arrende. Si prova ad andar via di casa, con la speranza di un inizio che sia caratterizzato da una strada che si costruisce pian piano, giorno dopo giorno. Ma anche in questo caso, le difficoltà non tardano a mancare. Si concludono gli studi universitari e si cerca di trovare un’occupazione. Si inviano milioni di curriculum vitae tramite mail, si rispondono ad infiniti annunci su internet. Peccato che le risposte non siano altrettanto numerose e spesso dietro tali presunti annunci si cela altro. Un esempio? “cercasi segretaria..” Si fa il colloquio conoscitivo e la proposta di lavoro è quella di girare per la città a proporre ai cittadini e ai commercianti cambi di gestori telefonici o di distribuzione dell’energia. Può anche capitare di rispondere all’annuncio per “cercasi commesso/a”. Peccato che si possano incontrare titolari che promettono di fare un contratto, anche di apprendistato e poi decidano su due piedi di annunciarti il tuo ultimo giorno di lavoro ad una settimana dal termine di questo. E ce ne sono tanti altri. Basta collegarsi o leggere i giornali con gli annunci di lavoro.

Qual è la sensazione che si prova? Mancanza di terreno sotto i piedi, desolazione e smarrimento, con un pensiero che martella la testa: “e ora cosa faccio?”. Cosa deve fare un ragazzo/a che perde un lavoro? E’ costretto a tornare a casa. La conseguenza? Si sprofonda in un oblio di noia e nausea.

Un paese che aveva bisogno di investire e di riqualificare il tema industriale”, ma che “non l’ha fatto”. Così commenta il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso. Ecco. L’azione dei sindacati si è persa per strada? Sempre più retoria e poca concretezza in ciò che fanno. I cittadini stanno perdendo fiducia anche in loro che dovrebbero tutelarli.

Per concludere, riporto il commento di un’amica che, nel discutere e riflettere sulla condizione del lavoro e della generazione che va dai 25 ai 35 anni, ha affermato: “che generazione di m… la nostra, siamo paralizzati e non possiamo fare niente per uscire da questa situazione. Io propongo un bel suicidio di massa, almeno entreremo nella storia“.

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