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9 giugno 2012

La Violenza può essere eradicata

Ogni epoca ha i suoi capri espiatori. Per il filosofo tedesco Hegel, lo Stato è l’ipostasi dell’ingresso di Dio nel mondo terrestre. La presa di posizione nel tempo e nello spazio, dello Spirito Divino, rappresenta lo stadio iniziale del cammino verso la libertà assoluta, l’astuzia della ragione, la purificazione dell’uomo. Tuttavia, tale obiettivo può essere raggiunto soltanto in seguito ad un sacrificio infervorante, che sia in grado di lambire e striare le incolte radure terrestri. In tal modo, lo Spirito sacrifica gli individui e i singoli Stati, così come la specie umana, per preservare se stessa, si priva dei singoli individui.

L’elisione dei capri espiatori è un processo storicamente costante, necessario e naturale. La Storia ci rende edotti dei bagliori inevitabili del predominio del più forte e al contempo della presenza, costante in ogni epoca, di un popolo eletto che, con il vento in poppa, risulta sempre in grado di marchiare ed inebriare il mondo con la sua forza. Sebbene non sia possibile dimostrare l’esistenza di uno Spirito universale capace di incarnarsi nei popoli, la tesi suffragata dal filosofo tedesco appare non del tutto teoretica. L’indagine scientifica e sperimentale impone di porre l’accento su ciò che è reale e dimostrabile dal punto di vista empirico. Ciò che non è percepibile, non deve essere necessariamente dimostrato. Pertanto, non resta altro da fare che approntare un’indagine comparativa tra le epoche storiche succedutesi fino ad oggi.

Le riflessioni di Hegel, però, fanno da cartina di tornasole per introdurre un tema di grande importanza: quella della violenza. Il postulato di partenza è l’esistenza del bene e del male, dogma presente in tutte le religioni e filosofie occidentali e orientali. Al di là del bene e del male, da non sottovalutare sono gli ascosi tumulti della natura selvaggia. Quindi, se si accetta l’esistenza del male, non ha senso interrogarsi sulle sue ragioni. Sarebbe come chiedersi perché l’uomo esiste. Piuttosto, assume valore logico un’indagine sugli effetti e sulle conseguenze che esso è in grado di generare e sulla reiterazione storica di taluni fenomeni umani.

Se l’uomo è un tassello nevralgico della realtà (ed evidentemente lo è) allora egli non può in alcun modo sfuggire alle sue leggi fisiche e metafisiche, non può evitare che un determinato fenomeno insito nella natura stessa delle cose accada senza prima averne compreso i meccanismi intrinseci, ma può soltanto esperire le vie della comprensione gnoseologica. Poiché l’uomo è l’unico essere vivente capace di porsi dei quesiti e di agire ad immagine e somiglianza della Divina Intelligenza Onnipotente ( Dio), allora egli pur trovandosi in balia del conflitto tra il bene e il male, deve tentare di eradicare ed estirpare i suoi semi e le sue radici, al fin di riconquistare la fiducia perduta a causa del Peccato Originale.

Dunque, se lo scopo dell’esistenza coincidesse realmente con la riconquista della concordia divina, all’uomo non resterebbe altro da fare che ripercorrere a ritroso la Storia per cercare di comprendere idealmente l’origine dei mali da eradicare. Chi dimentica il passato è destinato a riviverlo, recita un antico adagio. Ebbene, il futuro potrà essere migliore soltanto evitando la riapertura dei nefasti capitoli della storia.

Il filosofo napoletano Giambattista Vico afferma che l’uomo può conoscere con certezza solo quello che fa. La sua scienza nuova coincide con la storia umana. Secondo il pensatore partenopeo, esiste un ordine ideale in grado di scalfire la storia di tutti i popoli. Tutte le etnie sono avvolte in una spirale reiterante caratterizzata dal ritmo triadico di tre ere. Nella prima,  l’uomo è un essere privo di logica e colmo di naturalità, di barbarie, di istinti primordiali. Nella seconda, l’età della fantasia, si respirano alti ideali eroici, e mitopoietici. Nella terza, l’età della ragione e dello Stato civile, l’uomo comprende l’importanza delle regole, dei principi e del buon senso. Ma la teoria vichiana dei corsi e ricorsi storici non termina con un lieto fine. I popoli, giunti nella terza era evolutiva, regrediscono nuovamente ed iniziano daccapo il processo storico voluto dalla Divina Provvidenza.

L’idealtipo storico di Vico è molto vicino alla logica del progresso ed è pertanto ancora oggi di profonda attualità. L’anfitrione di tale proscenio storico è, senza ombra di dubbio, lo spirito della violenza. Uno spirito inconscio, ascoso e devastante, ma anche (e fa ribrezzo affermarlo) naturale, costante e fisiologico; quasi fosse un elemento necessario al progresso. La storia del mondo pullula d’episodi di violenza. Le catastrofi, le guerre, le torture, le estinzioni, gli olocausti rappresentano la prova dell’esistenza del male. La violenza è sempre stata un elemento costante. Non è dato sapere se le civiltà antiche fossero più violente di quelle attuali.

Il problema essenziale è dato dall’incapacità dalla scienza e dello Stato moderno di recidere le cause dei drammi e delle angosce che deturpano il mondo. Al fallimento delle istituzioni, fa eco l’esaltazione della logica del materialismo e dell’edonismo. Le civiltà antiche non avevano le conoscenze scientifiche odierne e, pertanto, le loro colpe non possono essere equiparate a quelle dei popoli attuali. Questi ultimi, hanno costruito cattedrali, sono giunti sulla Luna, e a breve lambiranno il suolo marziano, ma non sono ancora riusciti ad elidere le ombre del marchio di Caino.

La stessa esaltazione dello Stato, espletata da Hobbes nel Leviatano, lascia un po’ perplessi. Il filosofo inglese, s’ispira al mostro biblico del libro di Giobbe, per raffigurare l’effige del salvifico Stato moderno, la cui autorità assoluta è necessaria per mettere ordine fra gli uomini e fomentare pace, stabilità e sicurezza. Per Hobbes, l’uomo è guidato dall’homo homini lupus, lo spirito bestiale che lo pone in un conflitto perpetuo con i suoi simili. Pertanto, tra lo Stato di natura e lo Stato di diritto, ossia la civiltà, è opportuno optare per il secondo, anche a costo di privare l’individuo delle sue ancestrali e recondite attitudini caratteriali. Al di là dei profili teoretici, l’idealtipo di umanità perfetta è ancora molto lontano. Soprattutto perché lo Stato moderno, falliti in parte i suoi obiettivi salvifici, appare ancora oggi, a più di duemila anni di distanza dalle prime polis greche, non solo incapace di porre un freno alla violenza, ma addirittura artefice e complice della stessa a causa della risonanza enfatica dei mass media.

Alcuni scienziati ritengono non sia legittimo asserire che la violenza sia insopprimibile. E ciò in parte è anche giusto. La violenza non è biologicamente innata. Non sembra vi siano i presupposti per un rispolvero delle teorie di Lombroso. Non si può condannare chi ha il mento pronunciato ed elogiare chi ha le mani piccole ed aristocratiche. Non sembra sia possibile prevedere la follia del singolo, a meno che non si utilizzino tecnologie altamente avanzate. Queste tesi vanno scartate, perché se davvero tutti gli uomini fossero capaci di compiere azioni violente, allora si dovrebbe prescindere dal colore della pelle o da altre differenze fisiche e condannare i soli contegni colposi o dolosi.

Tuttavia, esistono delle correnti di pensiero filo-lombrosiane che continuano imperterrite a ritenere che la violenza sia un fatto biologico insopprimibile. L’idea che la violenza sia innata, per certi versi riecheggia gli afflati biblici del conflitto fra il bene e il male e, pertanto, non dovrebbe stupire più di tanto. A stupire semmai, è ritenerla addirittura insopprimibile. Chi sostiene una simile tesi, di fatto, non ripone alcuna fiducia nello Stato e nella scienza. Infatti, una simile asserzione, non può di certo essere accolta a braccia aperte. Se davvero fosse insopprimibile, perché mai la Divina Intelligenza avrebbe dovuto concedere ai figli di Adamo la capacità di redimersi attraverso un saggio discernimento fra il bene e il male?

D’altro canto, l’uomo non è l’unico essere in grado di uccidere il proprio simile. La mantide religiosa, ad esempio, dopo la fase dell’accoppiamento, ingurgita senza pietà il suo partner. Per quanto ancestrale e storicamente onnipresente, la violenza continua ad intingere del suo marchio le azioni umane, spesso rendendole irreprensibili, irrazionali, empie come le più atroci catastrofi naturali. In fin dei conti, l’uomo è un elemento del mondo naturale, l’unico che sia capace di pensare e di stravolgere la realtà, di creare, ed inventare nuove strutture e differenti sfide. Tuttavia, l’uomo è anche un essere egoista ed autolesionista. E’  capace di grandi opere ma anche d’immensi spargimenti di sangue. Forse è questo che lo rende diverso dagli altri esseri viventi.

Alla luce degli scenari finora descritti, risulta necessaria l’edificazione di un nuovo tempio, una nuova weltanschauung che sappia unificare le esigenze scientifiche, sociali e politiche e che riesca ad esorcizzare gli orrori e ad estirpare il male dal mondo. L’eradicazione dell’antisemitismo, della xenofobia, dell’odio, della superbia, del pregiudizio, dell’ignoranza, della violenza morale e fisica e della crudeltà rappresenta senza dubbio un obiettivo di difficile ma non impossibile realizzazione.

In fin dei conti, siamo tutti figli di un unico spirito. Il genetista Luca Cavalli Sforza docente  presso l’Università di Pavia ed allievo di Adriano Buzzati Traverso, in un articolo pubblicato sul sito scienza in rete, Che razza di idea è l’idea di razza afferma che  : “Le dichiarazioni di superiorità genetica di una razza sull’altra per ragioni intellettuali o morali non hanno alcuna base scientifica. E’ vero che vi sono enormi differenze di diffusione della scolarità, della speranza di vita e della ricchezza fra le popolazioni di diverse nazioni, e che tali differenze hanno importanti influenze. Le diversità fra le popolazioni umane sono da attribuire non ai geni ma ad un ambiente ecologico e ad una storia politica che le hanno modellate negli ultimi millenni”.

Cavalli Sforza, dunque, sostiene l’inesistenza di antitesi genetiche fra le popolazioni umane, e ritiene che le cause delle differenze culturali ed etniche vadano ricercate nella storia e nelle particolarità ambientali di ciascun luogo.    

La chiave di lettura offerta dall’esperto di genetica delle popolazioni, deve indurci a considerare inammissibile anche l’esistenza del lombrosiano gene della violenza. Pertanto, si può concludere asserendo che i rimedi contro la violenza debbano essere ricercati nello sviluppo di nuove tecnologie che fungano da collante fra gli uomini, che contribuiscano a migliorare il mondo attraverso l’abbattimento dei muri infervorati dalle ideologie contrastanti e che siano di supporto per il superamento delle ultime frontiere terrestri.

Soltanto grazie alla fede ed alla scienza l’umanità potrà raggiungere gli ambiti traguardi della pace e della coesione globale. Così facendo, forse, potremo avere un mondo privo di capri espiatori e colmo di popoli eletti.

 

 

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